Inizia male e finisce peggio la quinta giornata di bombardamenti in Libano e Israele. Ieri mattina a Beirut e nelle zone meridionali del Paese ci si è alzati con l’incubo di una notte insonne: colpi terrificanti delle bombe israeliane, sempre più strade e ponti inagibili, palazzi distrutti, colonne di gente in fuga verso la Siria, le spiagge di Beirut annerite dal petrolio fuoriuscito dai depositi del porto colpiti. Paura anche a Junie, la cittadina a maggioranza cristiana che si credeva immune. E colpite ancora l’abitazione del leader dell’Hezbollah, Hassan Nasrallah, assieme agli uffici di Al Manar, la tv della milizia sciita, che comunque dopo pochi minuti ha ripreso a trasmettere da località segrete. Verso le 9, nuovo picco di tensione. Una salva composta da almeno 14 Raed 2 e Raed 3 (razzi di fabbricazione iraniana) colpisce i quartieri industriali di Haifa, la terza città di Israele. Centrato tra gli altri un capannone della ferrovia locale, dove un gruppo di operai stava riparando alcune locomotrici. Il bilancio è il più grave per Israele dall’inizio della crisi: almeno 8 morti e una cinquantina di feriti. In serata razzi raggiungono anche Nazareth e Afula, dimostrando di poter colpire lo Stato ebraico a cinquanta dal confine. Il premier Ehud Olmert minaccia vendetta: ‟Non ci lasceremo intimidire. Gli attacchi omicidi contro Haifa rappresentano una guerra criminale contro il nostro popolo. Dobbiamo dare prova di freddezza e determinazione”. Dalle parole ai fatti. L’aviazione israeliana torna a bombardare. Precede un nutrito lancio di volantini sulle zone urbane invitanti la popolazione del Libano meridionale, composta per lo più da sciiti tradizionalmente legati all’Hezbollah, ad abbandonare le proprie case. È il fulcro della strategia israeliana: costringere le forze civili libanesi a imporre al governo il controllo sull’Hezbollah. Olmert ribadisce che nessun Paese sovrano può ammettere aggressioni armate dai vicini, anche se il loro governo prende le distanze da chi spara. ‟Qualsiasi cessate il fuoco deve essere preceduto dal disarmo dell’Hezbollah e dalla libertà per i nostri soldati”, aggiungono a Gerusalemme riferendosi alla cattura per mano dell’Hezbollah di due militari israeliani, che il 12 luglio ha aperto la crisi. Poco dopo le bombe israeliane colpiscono il porto di Tiro, 20 chilometri a nord del confine, causando la morte di 16 persone e decine di feriti. Secondo il ministro della Sanità a Beirut, i morti libanesi sarebbero sino a oggi quasi 150 e i feriti il doppio (anche a Gaza si registra la morte di 4 palestinesi). Ma la risposta dell’Hezbollah resta inflessibile. Verso le 17.30 è lo stesso Nasrallah a parlare sulle onde di Al Manar per quasi mezz’ora. Non una registrazione telefonica come tre giorni fa. Ma un video, che lui dice confezionato 5 ore prima. E i suoi riferimenti agli ultimi fatti di cronaca paiono confermarlo. Un modo per smentire le voci diffuse da Israele per cui sarebbe rimasto ferito assieme ai familiari nei bombardamenti della notte. E soprattutto un appello minaccioso che parla di guerra aperta: ‟Le nostre capacità di colpire sono molto, molto più forti. Avremmo potuto centrare le raffinerie e le industrie chimiche di Haifa. Avremmo voluto evitare i civili. Ma sono i sionisti che infrangono tutte le regole. D’ora in poi avremo il diritto di agire nello stesso modo”. Ne approfitta per negare la presenza di truppe iraniane nei suoi ranghi. Ma aggiunge che i suoi uomini possono trovare ‟ampio sostegno” nel mondo islamico. In Israele ci si chiede se i missili a disposizione della guerriglia sciita possano avere un raggio superiore ai 130 chilometri, che permetterebbe di colpire Tel Aviv. Si preferisce comunque non correre rischi, pur di fronte all’esodo dalla Galilea verso Sud di migliaia di israeliani, il governo ordina il preallarme per la più vasta area urbana del Paese. A Beirut l’allarme è invece spontaneo. Tutti i quartieri sciiti delle zone meridionali sono totalmente vuoti. Agli incroci si incontrano i crateri giganteschi provocati dai missili israeliani. Decine di palazzi sono gravemente danneggiati. I benestanti pagano 100 dollari a notte negli alberghi sulle montagne. Chi non se lo può permettere viene assiepato nelle aule delle scuole nei quartieri cristiani, drusi e sunniti. Si cerca ancora di fuggire via terra verso la Siria. Ma i bombardamenti degli ultimi giorni hanno colpito anche le zone di frontiera e tanti sono scoraggiati dal dover percorrere lunghi tratti a piedi, come ai tempi della guerra civile.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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