Dunque i tassisti dopo due settimane di proteste e di scioperi selvaggi cantano vittoria. Hanno evitato il cumulo delle licenze, ma potranno far guidare le loro auto da familiari o dipendenti anche per più di un turno a giornata. è presto per sapere se questo basterà a garantire un servizio più efficiente, ma quello che si può dire fin da ora è che chi ha usato le forme di lotta più dure, anche a danno della collettività, ha ottenuto di più. Il conflitto di questi giorni è stato purtroppo molto istruttivo: si va dai blocchi improvvisati del traffico alla tentata presa di Palazzo Chigi, come in un film di Eisenstein però girato da Corbucci, alle minacce ai tassisti meno inclini alla rivolta; dal quasi inverosimile puzzle di siglette sindacali che parlano tutte insieme agli spintoni al ministro Mussi (gli hanno rigato la macchina come fanno i ragazzi in difficoltà seguiti dagli assistenti sociali). Senza dimenticare, naturalmente, la caciara del saluto al Duce, più romanesco che romanico, consacrata dalla presenza di Storace e Alemanno, accorsi ad arringare i tassametri. Per finire, ieri a Roma un giornalista del Corriere della Sera, è stato minacciato e picchiato senza che nessuno intervenisse a difenderlo. E senza che nessuno poi chiedesse scusa, o condannasse questa insensata violenza. Al confronto, i famigerati allevatori padani in rivolta contro le quote-latte avevano la severa compattezza dei metallurgici: mai si era vista una rivolta di categoria più sbracata e sediziosa di questa dei tassisti, del tutto incurante non solo dei danni al cittadino (preoccupazione, questa, ahimè assente anche in altre lotte sindacali), ma soprattutto della propria immagine pubblica. è proprio questo che colpisce maggiormente nella rivolta dei tassisti: la formidabile capacità di rendere sgradevole e censurabile una lotta già parecchio impopolare, specie in una città come Roma che, per esperienza conclamata, vede le auto pubbliche fornire un servizio decisamente carente. E carente esattamente a partire dal problema che le liberalizzazioni del governo intendono affrontare, e cioè il numero chiuso delle licenze, che sono poche e gestite da pochi con arbitraria lottizzazione del servizio: vedi il caso di Fiumicino. I tassisti avevano qualche ragione da contrapporre ma le hanno avvelenate rompendo i nervi a intere città con forme di lotta che definire «sciopero» sarebbe davvero troppo generoso, tanto sono state sparpagliate, invadenti e violente. La facilità con la quale i più turbolenti menano le mani è poi una specie di manifesto vivente dell' incapacità sindacale. Così come esiste un' antipolitica, esiste evidentemente anche un antisindacato. Che riesce a danneggiare la collettività e, contemporaneamente, a rovinare e malfamare i suoi stessi artefici, oramai inascoltabili come tutti quelli che urlano ed escono dai gangheri perché hanno argomenti deboli. Peccato che sia stato con questi metodi che è stato raggiunto l' accordo di ieri sera: non vorremmo che diventasse una lezione e un invito anche per altre categorie.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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