Di tutte le notizie aspre e squallide che arrivano dal mondo del calcio (l’ultima sono i giocatori in fuga dalle squadre sotto processo, dimostrando gratitudine zero, e venalità altissima), la sola davvero buona è anche la sola che ha un significato politico decisivo (strutturale, direbbero i marxisti). La notizia è che finalmente i diritti televisivi, in larga parte, dovrebbero andare all’insieme delle squadre, non solo alle tre o quattro che formavano il cartello economico dominante, strangolando la concorrenza. Negli Usa lo sport professionistico conosce bene le regole anti-trust, che per esempio nel basket sono severissime. Da noi, a partire dalla folle svolta speculativo-propagandistica imposta al calcio, una ventina d’anni fa, da Berlusconi, l’equilibrio sportivo è saltato. Semplicemente, il calcio ha smesso di essere uno sport, ed è diventato macchina di profitto e di potere. Altre voci danno per imminente l’uscita delle società di calcio dalla Borsa. Sarebbe il logico sbocco di un ritorno del calcio italiano alla sua ovvia natura, che è quella di uno sport di massa. Della serie: troppo bello per essere vero.

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