Scruto con ansiosa curiosità, sui giornali, la piccola mappa dei cortei e dei presìdi romani sulla nuova crisi mediorientale. Vorrei partecipare a tutti, non posso partecipare a nessuno: inalberano insegne che sprizzano certezze, come se sapessero da sempre chi sparò il primo colpo, chi merita incolumità e chi disprezzo, chi salvezza e chi condanna. Più leggo, su Israele e Palestina, più le mie opinioni si aggrovigliano, come se ogni nuova traiettoria di razzo fosse un segnaccio che oscura e ingarbuglia il disegno. Chissà come diavolo faranno, alcuni miei illustri concittadini, a sapere con tanta precisione (anche semantica) quale dei proiettili è terrorista, e quale altro scaturisce dalla bocca di fuoco del Buon Diritto. Quale popolo, in quel viluppo isterico di gente furiosa e spaventata, merita la nostra indignata solidarietà, e quale l’accusa di essere genocida. L’espressione un po’pilatesca un po’morotea di "equivicinanza" mi rappresenta piuttosto bene. Descrive la mia ininfluente impotenza, spero non la mia ipocrisia. Comunque, la mia incapacità di formarmi un’opinione abbastanza decisa da inalberare un cartello, o sventolare una bandierina purchessia. Dico "pace" a bocca socchiusa, per non sembrare ridicolo

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