La Conferenza di Roma? ‟Parole inutili. Aria fritta”. Nessuno spazio per il compromesso. I dirigenti dell’Hezbollah in Libano si sentono braccati e rispondono duri contro Israele, gli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale. Per loro incontriamo al Parlamento Hussein Haji Hassan, 47 anni, originario di Baalbek, professore di biofisica con laurea a Parigi, deputato dal 1996 tra i 14 del suo partito.

A Roma si cerca una formula per il cessate il fuoco e la pacificazione del Libano. È possibile?
Siamo stanchi di conferenze che non conducono a nulla. Ne abbiamo viste troppe: Madrid, Oslo, Camp David, Wye Plantation e infinite altre. Tante promesse, che si sono rivelate altrettante delusioni per il mondo arabo. L’Europa poi è un ridicolo burattino nelle mani di Washington. La via è molto più semplice e non passa da Roma. Prima di tutto occorre che Israele cessi la sua aggressione ingiustificata contro il Libano. Occorre il cessate il fuoco immediato.

Come?
Si decide che domani a una certa ora si smetterà di sparare, punto e fine. Ecco il cessate il fuoco. Non siamo stati noi a iniziare questa guerra.

Scusi, ma siete stati voi a uccidere e rapire i soldati israeliani il 12 luglio. Da sei anni gli israeliani avevano lasciato il Libano. E non volevano tornarci.
Questa è una grande menzogna. Israele continua ad aggredire tutto il mondo arabo. Perché non raccontate del pastore libanese ucciso 4 mesi fa e dei pescatori feriti? Israele occupa ancora la zona di Sheba. E ci sono tre prigionieri libanesi che noi vogliamo liberare. Sono: Samir Countar, attivista comunista, rapito nel 1977; Tehya Skaff, un druso rapito nel 1984. E c’è Passim Nisr, rapito nel 1994. Avrebbero dovuto essere resi nello scambio di prigionieri mediato dai tedeschi nel 2004. Allora fu Israele a non mantenere i patti. E noi avvisammo che per liberare i nostri fratelli avremmo catturato alcuni soldati israeliani. Non ci hanno creduto.

Dunque basta liberare i 3 libanesi e voi liberate gli israeliani?
Troppo facile. Ora potremmo chiedere in cambio anche migliaia di palestinesi.

La vostra azione è legata ai fatti di Gaza?
In Libano vivono oltre 600.000 palestinesi, non possiamo ignorare le loro ragioni. Forse noi abbiamo commesso un errore tattico, avevamo sottovalutato la reazione israeliana, perché essa è dettata dagli Stati Uniti, che vogliono l’annientamento dell’Hezbollah, come di Hamas e dell’Iraq”

Cosa pensa di una forza internazionale nel Libano del Sud?
Troppo presto parlarne. Prima di tutto si arrivi al cessate il fuoco, poi si vedrà.

In Libano il fronte del 14 marzo, che raccoglie cristiani, drusi e sunniti, vi accusa di aver agito unilateralmente, di avere provocato i bombardamenti israeliani e chiede il vostro disarmo. Che rispondete?
Con loro faremo i conti dopo. Dovranno spiegare politicamente le loro critiche. Ma per ora non c’è spazio per le polemiche interne. Dobbiamo fare fronte comune contro l’aggressione israeliana. E comunque sino a qualche giorno fa con loro c’era un dialogo quotidiano, mirato ad affrontare le loro richieste sul nostro disarmo. Non lo abbiamo mai escluso. Ma adesso tutto questo è saltato, i nostri soldati combattono una guerra di difesa.

Vi accusano di avere un’ideologia pan-islamica, legata a Siria e Iran, che ignora gli interessi libanesi.
Non è un mistero che siamo un partito pan-islamico. E allora, che c’è di male? Noi non riconosceremo mai Israele, che voi occidentali avete impiantato nel mezzo delle terre arabe. Ma voglio anche dire al premier italiano Prodi che non si lasci ingabbiare nell’impotenza europea. Reagisca agli americani e ascolti le nostre ragioni.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>