Sono le carcasse dei camion carbonizzati a segnare l’avvicinarsi della capitale dell’Hezbollah. Le prime appaiono sulle curve strette della discesa che dalle montagne sovrastanti Beirut conduce alla valle della Bekaa. Un paio hanno i cassoni ancora pieni, uno di sacchi di farina e l’altro di cemento anneriti dalle fiamme. Ma altri tre, appena prima di arrivare nella zona cristiana di Zahle, sono camion chiusi, dentro potrebbero trasportare qualsiasi merce. Compresi armi, Katiusce e missili a lunga gittata per le milizie che più giù, verso il sud del Libano, sparano sulla Galilea. ‟È pericoloso avvicinarsi. Non contengono nulla di bellico, ma le bombe israeliane a frammentazione hanno ancora alcune cariche pronte a esplodere”, dice un gruppo di giovani, che non lascia aprire il portellone del rimorchio. Ecco il campo di battaglia più remoto dal fronte. Baalbek, l’antica ‟città del sole” romana, isolata nel fondo della Bekaa, è dai primi anni Ottanta il cuore propulsore degli estremisti sciiti e dell’influenza iraniana in Libano. Da qui i governi di Teheran, dopo la loro alleanza con Damasco, inviano uomini, aiuti finanziari e armi all’Hezbollah. Poco dopo la rivoluzione khomeinista, la Siria decise di allearsi al regime degli ayatollah e addirittura permettergli di intervenire nel ‟suo” Libano per sostenere il nuovo ‟Esercito di Dio”. Da allora Baalbek è uno dei punti più caldi del Paese. Da oltre due decenni vi staziona un presidio di circa 400 Pasdaran iraniani con il compito di consiglieri e istruttori per l’Hezbollah. Nella seconda metà degli anni Ottanta divenne zona tabù per gli occidentali. Giornalisti, osservatori Onu, uomini d’affari, attivisti umanitari, decine di loro vennero rapiti e liberati solo in cambio di lauti riscatti su ordine dei comandi residenti a Baalbek. Arrivandoci capisci subito l’importanza del luogo. La Siria è a un tiro di schioppo. Israele negli ultimi giorni oltre ai camion ha colpito almeno due delle strade principali che conducono a Damasco. La popolazione della vallata è quasi tutta sciita. La zona è dominata dalle montagne a est e a ovest, che le danno confini geografici naturali e insieme un’agricoltura ricca. Ma anche qui, come già era avvenuto visitando le zone costiere di Tiro e Sidone, gli uomini armati dell’Hezbollah si sono volatilizzati. Restano i loro drappi colorati gialli e verdi. Dominano ovunque le gigantografie di Hassan Nasrallah e Khomeini. Nella piazza principale di Baalbek, tra la stazione di polizia e il municipio, gli slogan dipinti su tre grandi lenzuola inneggiano alla battaglia. ‟La nostra sarà una vittoria che cambierà la storia. Dio ci darà la vittoria che attendevamo”, si legge. Un membro del consiglio municipale, il dentista Akram Mortada, lo dice a chiare lettere: ‟Qui tutti siamo dell’Hezbollah. Ma nessun attivista, nessun militare si fa trovare. Gli israeliani lo eliminerebbero subito”. Le bombe hanno colpito quasi tutte le pompe di benzina, quasi 300 appartamenti in 5 palazzi nei quartieri di Sheikh Habib e Serah sono stati rasi al suolo. ‟In molti di loro ci abitavano gli uomini dell’Hezbollah, che comunque erano già andati in clandestinità”, aggiunge Mortada. Tra gli obbiettivi distrutti anche alcune istituzioni di sostegno alla popolazione civile che gli Hezbollah amministrano. Prima tra tutte la scuola El Nasser e un vicino supermarket. È evidente quanto il gruppo islamico sia capillarmente presente. Un ufficiale vestito con maglia e pantaloni grigi, che si presenta come consigliere comunale, fa velati gesti con le mani per dire che ‟tutto va bene con lo straniero” verso altri giovani fermi agli angoli delle strade. La città è vuota. ‟In genere abbiamo 130.000 abitanti. Oggi almeno 100.000 sono andati via. Molti in Siria”, dice Hamze Jammal, ufficiale della polizia locale. A suo dire gli israeliani hanno distrutto almeno 10 capannoni per le attività economiche locali. E le descrive: 2 caseifici; una ditta che produce plastica, la Lakis; tre centri per le ricerche agricole; un allevamento di polli; due depositi di prodotti agricoli. E se invece fossero davvero fabbriche belliche? Loro negano con decisione. Ma ancora è ‟troppo pericoloso” per andare a vedere. Serrato sino a nuovo ordine lo El Hekmeh, l’ospedale costruito dall’Hezbollah con i contributi iraniani nel 1985. Tra le vittime della guerra è anche il celebre ‟Festival di Baalbek” tra i templi romani di Bacco, Giove e Venere. Erano previsti cantanti rock occidentali, artisti arabi e tanto teatro. Racconta Hussein Utah, una guida turistica rimasta disoccupata: ‟Si era aperto il 12 luglio alla presenza di 8.000 turisti, quella notte gli israeliani hanno bombardato e noi abbiamo chiuso. Ma per poco. Lo riprenderemo al primo armistizio”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>