Ce ne fosse uno, uno solo che riesca a dire, con un sorriso gentile: "Ho torto, ho sbagliato, mi rifaccio una vita altrove, non chiedete più mie notizie". Il Moggi pimpante appena rigurgitato dal dopo-scandalo è solo l'ultimo campione di un'infinita schiera, quella degli italiani che hanno comunque ragione, e comunque meno torti di quanti ne servirebbero per mollare la presa. Brigatisti che da Parigi ci fanno sapere (da vent'anni…) che però anche loro avevano una causa da servire, tangentisti che lamentano persecuzioni politiche, rei che ribaltano il reato contro chi glielo indica, bancarottieri che rivendicano il loro business come una brillante idea filantropica bocciata solo dalla cattiva sorte, imbonitrici rovinate che ripartono da nuovi imbonimenti. Come se nessuno sapesse fare altro, nella vita, che ripetere se stesso, e addossare agli altri la colpa del fallimento.
Nei romanzi dell'Ottocento "rifarsi una vita" era una specie di tormentone per contesse perdute, eroi sfortunati, manigoldi redenti. Tornavano sulla scena da un imprevisto squarcio. Mai dallo stesso fosso di melma nel quale erano precipitati. Qui, invece, ogni fosso è presidiato a vita dal suo occupante fino all'estenuazione del pubblico.

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