Che bello l’articolo di Adriano Sofri, ieri su questo giornale, scritto per ricordarci che cosa sono le carceri, che prezzo umano ha la pena. Faceva tornare in mente, leggere Sofri, che essere di sinistra, quando eravamo più giovani (la sinistra e noi) significava soprattutto saper guardare il mondo, e le persone, partendo dal basso e ferino arrabattarsi di chi ha poco: quelli che, secondo i testi sacri, non avevano da perdere che le loro catene, in questo caso non metaforiche. Vero, dunque, che bisognerebbe festeggiare l’indulto a partire dal sollievo delle persone prigioniere. E che non l’abbiamo fatto abbastanza.
Ma vorrei dire a Sofri che se in tanti abbiamo pensato male e scritto male di questo indulto, è solo perché di esso potrà godere, scientemente e dolosamente, anche un nutrito gruppetto di impuniti. Non di sofferenti o di reclusi: di impuniti, che negli ultimi anni hanno attrezzato mezza politica e mezzo paese al solo scopo (non recondito) di far passare il sentimento di giustizia, e di uguaglianza di fronte alla legge, per inutile morchia forcaiola. E giustizia e uguaglianza sono pure loro (me lo ricordo bene) cose di sinistra.

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