La Cassa depositi e prestiti, ha detto il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non può essere privatizzata. Le fondazioni bancarie ne detengono il 30%. Esse stesse o altri investitori istituzionali potrebbero anche arrotondare la quota non statale, ma non oltre il 49%. Il dibattito sulla natura della Cdp - se sia una nuova Iri o una nuova Mediobanca e se questo sia augurabile o meno - è destinato a continuare, ma più sul terreno dell’accademia che su quello della politica. Conviene dunque chiedersi che cosa possa fare hic et nunc questa Cdp. Oltre alla tradizionale attività di finanziamento a medio termine degli enti locali, che ora si svolge in concorrenza con le banche, la Cdp può acquisire partecipazioni direttamente o tramite fondi d’investimento specializzati, chiusi o aperti a seconda delle opportunità. Ma come? L’acquisizione di partecipazioni incontra al momento un limite nella consistenza dei mezzi propri della Cdp. Oggi la Cdp ha un patrimonio di vigilanza di 5,5 miliardi e partecipazioni (Eni, Enel, Poste, Stm e Terna) per un valore di libro di 12 miliardi con una plusvalenza implicita di 5-6 miliardi. Potrebbe comprare dell’altro, per esempio Snam Rete Gas o le residue quote dello Stato in Eni ed Enel? È dubbio. Le singole partecipazioni, grosso modo, non potrebbero superare il 25% del patrimonio di vigilanza e tutte assieme non dovrebbero superare il patrimonio medesimo. La Cdp esercita dunque il suo mestiere di holding in regime di consapevole eccezione. Fin dove potrà spingersi? Lo dirà la Banca d’Italia, accertati i piani del governo. L’altra difficoltà è l’Antitrust che vede un conflitto d’interessi in capo alla Cdp azionista di Enel e Terna e, domani, di Eni e Snam. E che esige una scelta. Si può dunque immaginare una nuova società, promossa dalla Cdp e aperta a banche, fondazioni, fondi pensione e assicurazioni, che, anche ricorrendo al debito, possa rilevare ciò che il governo vuol dismettere senza perdere del tutto il controllo. Ma la Cdp ha anche la funzione di sostenere gli investimenti nelle infrastrutture. E a questo proposito sta lavorando con le principali banche a un fondo chiuso per le infrastrutture da 1-1,5 miliardi che ne può mobilitare altri 10-15 di debito. La bozza presentata il 12 luglio dalla Cdp alle fondazioni ricalca il progetto lanciato dal fondo di private equity Clessidra e da Vito Gamberale qualche mese prima per intervenire nelle privatizzazioni di strade pedaggiabili, aeroporti, porti, autostrade, servizi idrici e sanitari prendendo posizioni di lunghissimo termine. Le principali differenze sono la più avanzata proiezione internazionale del fondo Clessidra e il costo della società di gestione, che sceglie gli investimenti e il management e che nel fondo Clessidra costerebbe quattro volte quanto previsto nel progetto Cdp (più o meno 20 milioni l’anno contro 5). Gli obiettivi prossimi sono gli aeroporti e le concessionarie autostradali del Nord, il terzo polo di cui questa rubrica ha più volte parlato. I due fondi possono comprare a debito (come i Benetton con Autostrade) entrando in concorrenza tra loro a beneficio del venditore o trovando un accordo per spartirsi la torta dell’ultimo giro di privatizzazioni locali a vantaggio dei loro sottoscrittori e di una maggior pianificazione nell’uso delle risorse. Ma un punto è certo, e non c’è ingegneria finanziaria che tenga, né a targa Cdp né a targa privata: il prezzo di vendita delle infrastrutture dipende largamente dalla durata residua delle concessioni e dal meccanismo tariffario, che restano responsabilità della politica; e l’esperienza di Autostrade insegna che, quando si danno margini elevati di profitto in attività a rischio quasi zero, è il consumatore che paga più del dovuto. L’ostacolo dell’Antitrust e il nodo di mezzi propri ancora insufficienti (con la consulenza tecnica di Miraquota)
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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