Oscar Wilde la chiuderebbe lì con una battuta: ‟Il lavoro è il rifugio di quanti non hanno niente di meglio da fare”. Sarebbe un peccato, però. Perché l’orgogliosa sortita di Daniele Capezzone, che si è vantato di non fare vacanze da otto anni e di dormire quattro ore a notte incitando i compagni socialisti a ‟ritmi radicali” giacché ‟tendono allo slow”, ha aperto un dibattito trasversale alla destra e alla sinistra. Di qua il partito dei teorici del buon riposo, di là quello degli stakanovisti. Di qua i dormiglioni sereni, di là gli schizzati inquieti. Al primo, in un delizioso gorgheggio sul ‟Foglio”, si è iscritto subito, ad esempio, il ‟rosista” Salvatore Buglio, certo che ‟la normalità migliora la politica e normalità è anche avere del tempo libero” dunque ‟leggere, riflettere e a volte semplicemente non far niente, sono virtù necessarie alla politica”. Tesi ribadita da Vladimir Luxuria secondo la quale ‟la politica dovrebbe imparare dai gatti” e da ‟come godono dei loro momenti di ozio, immobili e beati...”. Al secondo, senza manco perdere tempo (si sa: è prezioso) in una dichiarazione, si sono iscritti d’ufficio diversi spiritati. In testa a tutti, va da sé, Alfonso Pecoraro Scanio, impegnato da anni in una maratona dichiaratoria che gli ha visto guadagnare solo nell’ultimo mese e solo sull’Ansa (poi ci sono le agenzie Italia, AdnKronos, Dire...) la bellezza di 133 titoli. Quattro al giorno. ‟Non sta zitto un attimo!” gli disse Claudio Sabelli Fioretti. E lui: ‟Sono uno stakanovista, mi applico”. In tutto il 2005, tolti i giorni di sciopero dei giornalisti, restò muto un solo giorno: il 27 marzo. Scuola radicale. Il primo a teorizzare ‟l’impegno autogrill”, 24 ore su 24 e 365 giorni l’anno fu infatti Marco Pannella. Che un dì spiegò che non andava in ferie da anni (‟Sono in vacanza sempre: dal 1° gennaio al 31 dicembre! Se la vacanza è la ricerca del piacere, le cose che faccio me la danno”), che era stato un mucchio di volte a New York (‟conosco il tragitto aeroporto, hotel, palazzo Onu”) senza mai avere la curiosità di visitarla e che dormiva ‟come i gatti”. Quattro ore a notte. Più pause feline: ‟Sono in macchina, chiudo gli occhi e dormo. Poso la testa sulla scrivania e dormo. Mi allaccio la cintura in aereo e dormo”. Pasqua, Capodanno o Ferragosto per lui fanno lo stesso. Ricordate? Mesi fa propose, per l’amnistia, una grande Marcia di Natale. Imbarazzi: Natale? Sospiri: d’accordo, va bene. Ma proprio a Natale... Se il virus totalizzante della pannellite ha infettato un po’ tutti i radicali ed ex radicali (come il forzista Elio Vito), sarebbe però ingiusto ridurre a loro il partito degli iper-attivi: ci sono sempre stati. Usciti dal mito pompatissimo del Capoccione (‟L’intenso lavoro del Duce è quotidianamente preceduto da una intensa attività sportiva che ritempra le sue fresche energie e il suo vigore fisico...”) gli italiani riscoprirono ad esempio ‟la luce sempre accesa” con Amintore ‟Motorino” Fanfani, che come primo atto di governo, narrano le cronache, si fece piazzare un campanello sulla scrivania: scaaaaattare! Da allora, abbiamo visto di tutto. C’era Gianni De Michelis che, dopo aver letto da qualche parte che Arafat aveva visitato in un mese 45 stati, passò anni di attivismo furibondo su e giù dalle scalette degli aerei per finire a sera in abbuffate colossali concluse nella notte in qualche discoteca dopo la quale, se non aveva sottomano una pollastrella, si fiondava su un libro divorandolo in due ore. E c’era Tonino Di Pietro che, insediatosi ai Lavori Pubblici, si era fatto mettere in ufficio un divano-letto così da rinvigorire il mito di instancabile servitor dello Stato. E c’era Walter Veltroni che, nella parte dell’‟Uomo che visse quattro volte”, faceva contemporaneamente il direttore dell’Unità, il leader di un pezzo del Pds, lo scrittore di libri sull’Africa e il critico cinematografico del ‟Venerdì”. Un allenamento utile per come fa il sindaco oggi: scrive prefazioni, celebra matrimoni, presiede la giunta, va al cinema, visita orfanotrofi, adotta bimbi a distanza, media coi tassisti... Ma vuoi mettere il divertimento di quelli che, per dirla capezzonamente, avevano il ‟ritmo slow”? Renato Altissimo, reduce da roventi nottate al ‟Tartarughino”, aveva certe facce che lo chiamavano ‟John Stravolta”. Claudio Martelli, cui Bettino Craxi dedicò la battuta che ‟non si può governare l’Italia alzandosi alle 11”, arrivava così metodicamente in ritardo a palazzo Chigi che Andreotti lo adescava così: ‟Il consiglio dei ministri è alle dieci. Prima facciamo le nomine negli enti, poi il resto”. Quanto a Forlani, aveva l’aria così perennemente stracca che si guadagnò un nomignolo immortale: ‟Pisolo”. ‟Faniguttùn!”, li avrebbe liquidati Silvio Berlusconi: scansafatiche. Mai sopportato, lui, quelli che ‟hanno sempre fatto politica e non hanno mai lavorato”. È andato avanti per anni, col tormentone. Il ruolo di premier? ‟Un laurà de la Madonna!” Il raccordo con gli alleati? ‟Un laurà de la Madonna!” Il rilancio dell’Italia? ‟Un laurà de la Madonna!” Vergin di servo encomio, un cronista del giornale lo incensò così: ‟Egli tiene ritmi insostenibili: nell’arco di poche ore studia leggi e bilanci dello Stato, scrive articoli e discorsi, confronta modelli econometrici di stampo opposto fra loro per verificare l’impatto delle sue idee nella legislazione italiana, lavora ai programmi e alla sua squadra di governo. Segreterie e collaboratori si alternano, con diversi turni, mentre il Cavaliere sembra l’omino delle pile Duracell: chi scrive riesce a stento a girare lo zucchero nella tazzina del caffè, nello stesso tempo in cui il presidente di Forza Italia fa almeno tre cose”. Wow! L’unico che poteva stargli dietro, sempre fresco e profumato come appena uscito dalla doccia, era Gianni Letta. Che solo un mese fa, dopo cinque anni, si è preso una settimana di vacanza in una beaty farm a Merano: ‟È stato difficile staccare dopo anni, ma adesso che l’ho fatto sono entusiasta”. Il compianto Lucio Colletti avrebbe sorriso. Lui lo teorizzava, ridendo, l’otium: ‟La massima realizzazione del mio status vacanziero è la catalessi. Cado in una sorta di Nirvana. Un abbiocco di settimane durante il quale posso fare di tutto. Una volta lessi perfino "I miei primi quarant’anni" di Marina Ripa di Meana. Leggevo sotto un albero di cachi. Ogni tanto, per simpatia, cadeva un caco”.
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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