Dice di preferire il comando italiano a quello francese. Ripete che l’Hezbollah ‟per il momento non ha alcuna intenzione di disarmare, neppure nelle regioni del Libano meridionale che saranno sotto il controllo della nuova Unifil”. Ma promette che nessun soldato del contingente internazionale ‟vedrà mai le nostre armi, le nasconderemo bene”. In sostanza è soddisfatto Trad Kanj Hamadé, ministro del Lavoro, noto soprattutto per essere il volto moderato del ‟Partito di Dio”, che controlla due dicasteri: il suo e quello dell’Energia. A suo parere la riunione di Bruxelles due giorni fa ha sortito ‟un ottimo risultato”. E domani si attende di incontrare Kofi Annan per ribadire ‟la speranza che gli uomini dell’Unifil arrivino presto, aiuteranno a prevenire l’aggressione israeliana”.

L’allargamento dell’Unifil non è volto anche a impedire i vostri raid contro Israele?
Per noi servirà a facilitare la liberazione delle nostre terre nella zona di Sheeba e dei nostri prigionieri.

Cosa pensa della formula del comando alternato tra Italia e Francia per il contingente Unifil?
Devo confessare che noi abbiamo una leggera preferenza per l’Italia. Non ci piace la tradizionale politica francese di interferenza negli affari interni libanesi. In più l’Italia qui non ha un passato coloniale. Ma va benissimo così. Italia e Francia oggi sono due Paesi amici. Non ci saranno difficoltà.

Pensa che l’Unifil possa dispiegarsi anche sul confine con la Siria? Siamo contrari. Si tratterebbe di un grave attentato alla sovranità del nostro Paese.

Israele sostiene che ciò impedisce l’arrivo di armi all’Hezbollah.
Ci penserà il nostro esercito a controllare quel confine.

Cosa accadrà se l’Unifil dovesse sparare per bloccare un vostro blitz contro Israele, o sequestrare un vostro deposito di armi?
Non avverrà. L’Unifil ha una missione da osservatore. Può segnalare qualsiasi dato al nostro esercito. Ma non può intervenire militarmente, non è il suo compito. Solo i nostri militari hanno il monopolio della forza in Libano.

Non l’hanno avuto da 30 anni a questa parte. Cosa cambia? Cambia che adesso si è raggiunta l’intesa politica nel nostro governo. L’Hezbollah accetta di lasciare il posto all’esercito nazionale. La prospettiva di lunga durata è che, una volta Israele si sia ritirato da Sheeba e abbia liberato i nostri prigionieri, la nostra milizia armata possa venire integrata nell’esercito.

La risoluzione 1701 prevede il vostro disarmo nel sud.
Non è accurato: dice unicamente che solo l’esercito potrà tenere le armi. È un distinguo molto sottile. Le nostre non si vedranno, ciò non vuole dire che non ci saranno. L’Hezbollah resta comunque una forza di difesa al servizio del Paese.

Se Israele si ritirasse da Sheeba e scambiasse i prigionieri, lei ritiene possibile la pace?
Assolutamente no. Sono sempre stato contrario anche agli accordi di Oslo tra Olp e Israele. Occorre prima di tutto che venga risolta una volta per sempre la questione palestinese. E comunque sono contrario all’esistenza separata di Israele. La formula migliore sarebbe uno Stato unico per musulmani, ebrei e cristiani.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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