Hassan Nasrallah ammette di aver commesso ‟un errore di valutazione”: non si aspettava ‟una guerra di tale ampiezza” da parte israeliana. È un poco una marcia indietro e una richiesta di scuse ai libanesi quella che il leader massimo dell’Hezbollah ha espresso ieri alla ‟New Tv” di Beirut. ‟Non avremmo rapito i loro due soldati, se avessimo saputo che gli israeliani avrebbero risposto tanto duramente”, ha spiegato riferendosi al blitz della mattina del 12 luglio scorso (allora furono uccisi anche 8 soldati israeliani),che poche ore dopo scatenava 32 giorni di combattimenti. Un discorso però tutt’altro che sulle difensive. Più volte nelle ultime settimane diversi dirigenti del ‟Partito di Dio” avevano espresso questo stesso concetto. Il suo è piuttosto l’atteggiamento di un leader che si sente vittorioso e ora cerca di imporre la sua nuova statura politica sulla scena internazionale. Promette che non ci saranno problemi da parte dei suoi uomini per la forza Onu in arrivo. ‟La resistenza (leggi l’Hezbollah, ndr) sarà di sostegno per l’esercito libanese e non sorgeranno frizioni con l’Unifil sino a che la sua missione non contemplerà il disarmo della resistenza”, specifica. Il tema è delicato e lui lo approfondisce. ‟Non ci sarà presenza armata dell’Hezbollah nel Libano del sud. Se i militari libanesi incontreranno anche un solo uomo armato in quella regione, avranno il diritto di disarmarlo”. Ciò a dire che l’Hezbollah disarma a sud del Litani come chiede Israele? A leggere bene il testo, le ambiguità sembrano restare. Nasrallah infatti rivendica ‟il diritto alla resistenza sino a che vi sarà occupazione, possiamo esercitarla in ogni momento”. E aggiunge in sostanza che le armi ‟non saranno visibili”. Ciò non significa affatto l’impegno a smantellare i depositi di missili e armi, soltanto che l’Hezbollah fa del suo meglio per nasconderli. Non manca un riferimento preciso all’Italia, che in questo momento gli uomini dell’Hezbollah hanno eletto a loro interlocutore privilegiato tra i governi occidentali. Nasrallah lo fa quando accenna al negoziato per la liberazione dei due soldati. ‟Le trattative sono già state avviate. Sembra che l’Italia stia cercando di parteciparvi. Le Nazioni Unite sono interessate e saranno condotte tramite (il portavoce sciita del parlamento libanese, ndr) Nabih Berri”, afferma. A suo parere infine non ci sarà un ‟secondo round” di combattimenti con Israele. Lui promette che l’Hezbollah manterrà il cessate il fuoco, ‟nonostante le provocazioni israeliane”. Ma soprattutto valuta che anche Israele non intenda riprendere la battaglia. Un giudizio fondato sulle osservazioni dal campo: ‟Se Israele volesse attaccare, non si ritirerebbe come invece sta facendo adesso. E non permetterebbe ai civili di tornare in Galilea”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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