Questo è il giorno in cui in molti ci fermiamo a pensare e a spiegare come è cambiata l’America.
Io vorrei usare l’anniversario di quel giorno tremendo per dire come è cambiata l’Italia.
L’Italia ha adesso un governo libero e amico che è in grado di essere utile, di essere alleato, di prendere iniziative e di partecipare a progetti, non (non più) un Paese al traino, guardato con gentilezza e distrazione.
Infatti il cuore del problema che ha drammaticamente tormentato gli Stati Uniti dopo lo spaventoso attacco alle due Torri è stato l’uso della potenza. Sono state, per prime, grandi e appassionate voci americane a mettere in guardia sulla tentazione di affidarsi esclusivamente alla potenza militare invece che alla ben più forte tradizione democratica, all’intelligenza (che non è solo intelligence) per sapere e per capire, alla politica per creare o rafforzare la grande rete di rapporti col mondo che è stato il capolavoro americano e che ha portato al prevalere senza sangue del mondo libero.
In un momento estremamente difficile, la grande lezione della guerra fredda (che è stata di usare la potenza come ultima risorsa, mai come prima, lasciando invece tutto lo spazio alla politica e alla diplomazia) è andata perduta. E si è inseguito il sogno antico, e il più estraneo alla democrazia americana, del colpo di maglio risolutore, una sorta di fede (nella guerra) che sembrava finita dopo i massacri della prima guerra mondiale.
L’Italia di Berlusconi a quel progetto ha offerto soldati, che sono stati mandati mentre la guerra era conclusa e vinta solo negli annunci purtroppo non veri, e il peggio doveva ancora venire (avviene adesso, ogni giorno). E li ha mandati vestiti da missione di pace, ma subordinati agli ordini di due eserciti combattenti. E dunque esposti al rischio di saltare in aria, che purtroppo c’è stato.
L’
Italia di Berlusconi si è presa una responsabilità tra le più gravi nella vita di un Paese democratico: ha aggregato i soldati (immagine, valore, sostegno, sacrificio) alla politica di un governo, in modo da far sembrare attacco ai soldati ogni dissenso dalla politica di quel governo. Seguendo questo percorso, varie spedizioni politiche (il presidente del Consiglio e ministri vari a turno) sono state organizzate per dire - e far dire ai telegiornali - «noi (la nostra parte politica) sosteniamo i soldati. Gli altri (l’opposizione) li mettono in pericolo, e li tradiscono».
Ecco come è cambiata l’Italia.
Primo, non c’è più alcun rapporto fra politica e soldati. Nessun gesto, neanche minimo, neanche un accenno, è stato fatto per collegare gli affari interni e la vita nazionale del governo dell’Unione alla missione in Libano.
L’iniziativa è avvenuta esclusivamente nell’ambito della politica internazionale in relazione con problemi internazionali, e per offrire una risposta immediata alla richiesta non solo delle Nazioni Unite ma anche del Libano e di Israele.
In questo modo l’Italia si è assunta una responsabilità che ha queste caratteristiche: è europea (ovvero a nome dell’Unione europea e insieme ad essa), è sotto la bandiera delle Nazioni Unite, primo tentativo da molto tempo di ridare forza e credibilità a quella istituzione condannata ai peggiori giudizi dalla stampa della destra del mondo e dalla stampa della destra di Berlusconi (rivedere le paginate dedicate alla denigrazione delle Nazioni Unite sui giornali di famiglia dell’allora presidente del Consiglio). E non è stata costruita per fare apparire qualcuno del governo italiano come il miglior amico di qualcuno, ma per dare l’aiuto richiesto dai Paesi interessati e dalle Nazioni Unite, d’accordo con l’Unione europea e insieme con essa.
Secondo. Tutto ciò è una notizia importante per l’alleato americano, e sembra che tale importanza sia stata avvertita.
Un Paese capace di una propria politica estera e di una propria iniziativa, per giunta in armonia con i due punti essenziali di riferimento (Ue e Onu) può essere una presenza internazionale utile e amica in un mondo continuamente attraversato dal pericolo. Questo Paese, adesso, invece di apparire nella lista di uno degli schieramenti, si trova dislocato in modo da agire nell’interesse comune. Non manca il pericolo, anzi è grandissimo perché questo è ciò che accade nel mondo. Ma si è messo nella condizione di lavorare per diminuire un po’ quel pericolo.
Lo fa con tenacia, raccogliendo già qualche frutto, attraverso l’iniziativa diplomatica e politica, e dopo aver dato alla politica la consegna di fare la pace e non la guerra. Ecco dunque che, nel quinto anniversario di quel tragico 11 settembre, l’Italia è oggi in grado di dare all’America la prova di una vicinanza che è tanto più vera in quanto attiva, utile, riconosciuta, organizzata secondo una politica della pace che - se avrà successo - sarà un beneficio e una garanzia per tutti. In ogni caso l’impegno è diminuire invece che aumentare la tensione, stare in mezzo come forza di pace, invece che essere gregari - sia pure con intenzioni di pace - agli ordini di armate in guerra.
Terzo, sta diventando evidente la sintonia sempre più forte fra una parte importante della vita politica americana e la nuova indipendente politica estera italiana. Ma senza giochi politici fra le rispettive vite interne.
Sono i grandi giornali e le televisioni americane a dirci che le elezioni Usa dette di «mezzo termine» (rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato nel prossimo novembre) mostrano ormai un forte orientamento dell’opinione pubblica di quel Paese contro la guerra. È evidente il rischio del ridicolo che correrebbe chi si arruolasse nel confronto politico di un altro Paese. Però è utile ricordare che la posta in gioco è fra l’immagine di un mondo pieno di conflitti in cui si può lavorare ogni giorno a fare un po’ più di pace, e un mondo spaccato in due dalla guerra di civiltà. Un’opinione sempre più forte e autorevole negli Stati Uniti sembra orientata a negare in modo risoluto la guerra di civiltà, l’idea di un Islam unico e monolitico da battere prima di essere battuti, l’incubo di un’unica tremenda centrale che bisogna tentare di colpire subito, in un territorio o in un altro.
Il lenzuolo nero di quell’incubo di guerra generale impedisce di vedere i veri conflitti con problemi immensamente diversi; quasi tutti politici, quasi tutti in cerca di una soluzione della politica e della diplomazia. Qui, sul terreno di questo cambiamento americano in corso, si intravede l’altra grande svolta: tornare alla lezione della guerra fredda, che ha insegnato a non usare l’estrema potenza per vincere. Infatti quella guerra è stata vinta dalla politica e dalla democrazia, non dai conflitti locali sanguinosi e mai vinti combattuti lungo il percorso.
Quarto. Per tutte queste ragioni non possiamo dire che Iraq e Afghanistan siano la stessa cosa. In comune c’è la constatazione triste dei risultati: la violenza non finisce.
Ma in Iraq l’Italia non ha voce, non ha neppure il comando dei nostri soldati, non ha alcuna partecipazione alla strategia o ai progetti su quel disgraziato Paese. Dall’Iraq si può solo tornare a casa. Ma può un governo che ha il pieno controllo della sua politica e dei suoi soldati rinunciare a capire come si può essere di aiuto e semplicemente sgombrare, in Afghanistan?
Senza dubbio vi sono cambiamenti importanti e dovuti da portare alla presenza in quel Paese. Senza dubbio occorre disporre di notizie che per ora non ci sono. Per esempio: i combattimenti nel Sud sono in crescita o in diminuzione, sono una coda o un inizio? E se fossero un inizio, sarebbe questa una ragione sufficiente per lasciare che tutto ricominci da capo?
Ha ragione Gino Strada quando dice che, comunque ti comporti, sei percepito come un «occupante». Ma si tratta di qualcosa di inevitabile o di un percorso che può essere trasformato senza aprire le porte ad altra violenza?
Insomma manca una valutazione strategica, una valutazione politica, un riesame morale. L’Italia ha diritto, e ha le carte in regola, per aprire la discussione. A cominciare da una missione di indagine parlamentare che mi sento di proporre, e che dovrebbe essere organizzata al più presto.
Ecco in che senso e in che modo l’Italia ricorda l’11 settembre e partecipa col cuore e con la testa al dolore americano.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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