Inutile nasconderlo. Anche nell’attuale maggioranza politica c’è chi prova un certo ‟mal di pancia” quando vengono in discussione temi legati alla giustizia. E sotto sotto pensa che l’ing. Castelli magari ha esagerato un po’, ma una regolatina - a questi invadenti magistrati - bisogna pur dargliela una buona volta, perché del loro ‟strapotere” non se ne può proprio più. Di qui il corollario dei malpancisti: non sarebbe poi una tragedia se restasse disatteso il programma di governo dell’Unione in una parte.
In quella parte che prevede una radicale revisione della sciagurata (opinione mia, non certo dei malpancisti) riforma dell'ordinamento giudiziario. Anzi, chissà che non passino anche per questo crocevia le larghe intese da qualcuno tanto accarezzate.
So bene che sui temi della giustizia la tendenza prevalente è quella del muro contro muro, in particolare sul versante dei rapporti fra politica e giurisdizione. I magistrati sono sicuri e convinti di aver semplicemente adempiuto il loro dovere anche quando hanno indirizzato il controllo di legalità (ricorrendone tutti i presupposti) verso i politici accusati di corruzione o collusione con la mafia. I politici per contro sono sicuri e convinti di essere stati oggetto di attenzioni ‟eccessive”. Gli uni e gli altri restano di solito arroccati nelle rispettive certezze, mentre sarebbe il caso di lasciare da parte i risentimenti personali e le percezioni corporative o soggettive per riportare il dibattito sui binari della razionalità. Partendo da una verità oggettiva: l'indipendenza della magistratura non è un privilegio di casta (non scherziamo, per favore...); è un patrimonio dei cittadini. Nel senso che l'indipendenza da sola non basta per avere una giustizia giusta. Altri decisivi fattori (l'efficienza del sistema innanzitutto) devono concorrere. Ma senza indipendenza della magistratura una giustizia giusta non è neppure ipotizzabile. Perché una magistratura non indipendente deve - per legge - fare gli occhi dolci a qualcuno e mostrare i denti ad altri, e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (anche solo come traguardo) è cancellata. Senza indipendenza della magistratura è a rischio la possibilità stessa di un ‟vero” garantismo, che sia cioè veicolo di eguaglianza. Ci sarà spazio solo per un garantismo ‟strumentale” (diretto a disarmare la magistratura di fronte al potere economico e politico) o per un garantismo ‟selettivo” (che modula le regole in base allo status sociale dell'imputato), l'uno e l'altro strumenti di sopraffazione e privilegio.
La tutela dell'indipendenza della magistratura è dunque la cartina di tornasole per misurare la qualità del garantismo di cui tutti si riempiono la bocca, è la pietra angolare di ogni intervento in tema di ordinamento giudiziario. Lo è soprattutto per chi fa parte dell'attuale maggioranza, posto che il programma di governo presentato dall'Unione in occasione delle recenti elezioni politiche prevede (lo si è già detto) la necessità di ‟rimuovere tutti gli aspetti del nuovo ordinamento in stridente contrasto con i princìpi costituzionali”, adottando anche, ‟ove necessario, provvedimenti di sospensione”. Ciò perché ‟l'ordinamento giudiziario approvato dal centrodestra definisce una figura di magistrato non in linea con l'autonomia e l'indipendenza della magistratura come previste dal dettato costituzionale”, facendo venire meno i presupposti per ‟una giustizia realmente uguale per tutti”.
Una guida sicura nelle scelte da operare si può trovare - ancora oggi - in un fondamentale documento che il Presidente Carlo Azeglio Ciampi scrisse il 16.12.04. Si tratta del messaggio indirizzato alle Camere per motivare la decisione di non promulgare la prima versione della riforma dell'ordinamento giudiziario. Numerose erano le macroscopiche violazioni di princìpi costituzionali denunziate nel messaggio. Di queste, solo alcune sono state corrette nella seconda stesura della legge. Di rilievi possibili, nel solco tracciato dal Presidente Ciampi, ne restano ancora un mare, soprattutto in tema di menomazione dei poteri del Csm, organo costituzionalmente posto a tutela dell'indipendenza della magistratura. Rimanere nel solco trattato da Ciampi significa stare dalla parte della Costituzione. Sulla quale non si può scherzare (se mai fosse necessario, c'è il formidabile esito del recente referendum che spazza via ogni dubbio). Perché la Costituzione, come il Presidente Ciampi, sta dalla parte dei cittadini e dei loro diritti.
Scegliendo prospettive diverse, c'è il rischio - magari inconsapevole - di ritrovarsi con un'altra compagnia. Licio Gelli, in un'intervista a Concita De Gregorio (la Repubblica del 28.9.03), con un candore intriso di iattanza ha dichiarato: ‟Leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo... Dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia... ho scritto tutto trent'anni fa”. Non sostenere con lealtà, ostacolare o addirittura sabotare la revisione del ‟nuovo” ordinamento giudiziario potrebbe suonare - paradossalmente - un po' come darla vinta al "venerabile" piduista. Meglio, mille volte meglio - ovviamente - avere altri punti di riferimento!
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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