Speranza e scetticismo. Così la maggioranza del governo libanese guarda all’annuncio di Romano Prodi sulla possibilità di inviare osservatori europei sul confine con la Siria. Speranza per la possibilità di controllare finalmente l’arsenale militare dell’Hezbollah e soprattutto per il suo significato simbolico: la Siria accetta per la prima volta sul campo un riconoscimento della comunità internazionale alla sua separazione dal Libano. In sostanza: gli osservatori europei potrebbero sancire la fine del sogno antico della ‟grande Siria”. Ma anche scetticismo, perché - come dicono i deputati del Blocco del 14 marzo - ‟non si affidano le pecore alla custodia del lupo”. Più volte, negli ultimi trent’anni, Damasco ha lasciato credere di essere disposto a dimenticare le sue mire egemoniche sul Libano, salvo poi fare il contrario. Tutti timori che sono emersi a Beirut nelle settimane seguite alla risoluzione Onu 1701 e alla sua applicazione con il cessate il fuoco del 14 agosto. Uno dei punti più controversi del documento Onu riguarda la necessità che venga impedito l’arrivo di armi all’Hezbollah, non solo da porti e aeroporti, bensì soprattutto attraverso i 360 chilometri di confine, per lo più desertico e montagnoso, con la Siria. Già nell’incontro del 19 agosto tra il ministro della Difesa libanese Elias Murr e gli inviati del Palazzo di Vetro, Vijay Nambiar e Terje Roed-Larsen, era stato chiesto di rafforzare il controllo lungo la valle della Bekaa, dove i caccia israeliani hanno bombardato con maggiore insistenza strade, ponti e camion in transito. Murr allora ribadì che erano già state inviate nella zona 4 brigate libanesi (circa 7.200 uomini). Ma sottolineava: ‟Si tratta di un territorio molto ampio, con una fitta rete di strade secondarie e sentieri che collegano diversi villaggi”. E aggiungeva la preoccupazione del suo governo che i blitz armati israeliani nella Bekaa potessero spingere la Siria ad intervenire a sostegno dell’Hezbollah, ‟la sua ultima chance per generare instabilità” in Libano. Israele da allora insiste che l’Unifil non si disponga solo nel Libano meridionale, ma lungo tutto il confine. In un primo tempo Bashar Assad si è opposto con decisione. ‟Si tratta di un grave attentato alla nostra sovranità. Se venisse applicato, chiuderemmo le frontiere con il Libano”, aveva minacciato. Poi, durante la visita a Damasco di Kofi Annan, il presidente siriano aveva annunciato la sua disponibilità a ‟collaborare” per il controllo dei confini. L’apertura? ‟Dobbiamo essere molto cauti. Spesso in passato i leader siriani hanno lasciato intravedere promesse in seguito metodicamente tradite”, ci dice Marwan Hamade, ministro delle Telecomunicazioni libanese. Un testimone che sembra abbia pagato sulla sua pelle l’egemonia siriana. Il 1° ottobre 2004 rimase ferito in un attentato che qui molti ritengono ordito dalla stessa mano che ha assassinato Rafik Hariri. Aggiunge Hamade: ‟Prodi è molto credibile. Ma ci piacerebbe sentire pronunciare le stesse parole da Assad. Potrebbe trattarsi di una mossa siriana per ingraziarsi l’Europa e cercare preventivamente consensi in vista, a fine mese, della costituzione del tribunale internazionale sul caso Hariri. Comunque, se confermata, questa formula di compromesso europea potrebbe rappresentare una svolta storica. A Damasco forse hanno finalmente capito che devono cambiare politica”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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