La vicenda della Consulta islamica e, in essa, del ruolo dell'Ucoii sembra conclusa: e positivamente. Il modo in cui ci si è arrivati non è, indubbiamente, tra i migliori, ma tant'è: se ne sono viste di peggio. E si può aggiungere che si tratta - per la società, la cultura e la politica italiane - delle prime vere prove di integrazione (in qualche modo, i test più impegnativi): e, dunque, dilettantismi e approssimazioni sono nel conto. Fa sorridere, ad esempio, che l'opposizione di centrodestra chieda l'espulsione dell'Ucoii dalla Consulta islamica se solo ricordiamo (sono passati appena pochi mesi, via) che la presenza in quell'organismo dello stesso presidente dell'Ucoii, Mohammed Nour Dachan, fu voluta - assai opportunamente - dall'allora ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu. E fa venire il latte alle ginocchia che Roberto Calderoli (e chi, sennò?) chieda - tanto per fare il ganassa - ‟l'espulsione dei musulmani dall'Italia”. E quei cinquantamila cittadini, italiani da sempre, nati in questo paese da genitori italiani, e che si sono convertiti all'Islam (come altri alla Madonnina di Civitavecchia o al Gran Mogol), dove li mettiamo? In Mauriziana?
Dopo di che, accadono vicende tragiche che sembrano rimettere tutto in discussione, far precipitare la situazione in cupi scenari barbarici e, infine, radicalizzare lo ‟scontro di civiltà” in una versione tanto più crudele quanto più domestica e claustrofobica. Kaur P., giovane vedova indiana, residente regolarmente in Italia, regolarmente titolare di un lavoro stabile e di una casa in affitto, nella bassa modenese, si è tolta la vita - secondo il Corriere della Sera - per sottrarsi a un matrimonio non voluto. Approfondendo i fatti, si scopre, poi, che le cose sono terribilmente più complicate. Non solo: ogni suicidio fa storia a sè e le motivazioni di una simile scelta sono in larga parte imperscrutabili e indicibili. E, tuttavia, quella storia ci parla di questioni che ci riguardano direttamente: tanto più perché si collegano alla vicenda, di poco precedente, della giovane pakistana, uccisa dai propri familiari perché temevano che ‟diventasse come le altre” e andasse a vivere con un italiano.
Di fronte a simili tragedie, la volontà di comprendere viene dopo - anche solo un attimo dopo - il giudizio morale. È del tutto evidente che - a proposito di quei fatti - nessuna giustificazione è non dico proponibile, ma nemmeno pensabile. Al contrario: quanto accaduto deve aiutare ad affrontare le contraddizioni, e le fatiche, della convivenza con criteri limpidi e rigorosi. Punto di riferimento inequivocabile e insuperabile è il nostro ordinamento giuridico e il sistema di valori cui si ispira. La conseguenza è una sola: il nostro Stato può/deve garantire autonomia e spazi adeguati per la pluralità di culture, stili di vita, forme di relazione, espressioni religiose, consuetudini alimentari, che gli stranieri coltivano. Fino a che - si badi: fino a che - quella pluralità di opzioni non arrivi a confliggere, appunto, con l'ordinamento giuridico e i valori che lo qualificano. Per capirci: nelle mense scolastiche e in quelle aziendali si deve arrivare ad assicurare la possibilità di un menù che rispetti le regole alimentari di altre confessioni religiose; e già in alcuni contratti di lavoro è previsto un'organizzazione del tempo e del riposo settimanale, che tenga conto delle attività di culto.
Ma è quello stesso ordinamento giuridico di riferimento a imporre, pena sanzioni adeguate, il rispetto del principio della parità tra uomo e donna e la traduzione di tale principio in garanzie conseguenti (per le scelte individuali di vita così come per l'educazione dei figli).
Queste drammatiche vicende di cronaca rivelano, pertanto, tutte le opportunità e, insieme, i limiti e i rischi e i costi dell'integrazione possibile. Quelle donne, grazie alla loro esperienza nel nostro paese, possono arrivare ad affermare la propria autonomia; ma quel processo di integrazione lascia fuori - ai margini e ostili - altri che, contro quella volontà di emancipazione, operano attivamente e talvolta violentemente. Ora, è del tutto evidente che questioni di tale natura e contraddizioni così laceranti, non si risolvono solo con la severità della legge e, tanto meno, con i buoni sentimenti; e non ci si pone al riparo dai costi, spesso elevati, di quei meccanismi di inclusione attraverso le più nobili dichiarazioni di intenti o la firma di impegni formali. Il primo a saperlo (e meglio di tanti altri) è proprio Giuliano Amato; dunque, la sua richiesta all'Ucoii di sottoscrivere una ‟carta dei valori” equivale alla proposta di un ‟patto di cittadinanza”, che può sancire l'inclusione di nuovi soggetti all'interno di un sistema di regole. Ovvero di diritti e di doveri. Va da sè che si tratta di un atto simbolico: ma quanto più esso sarà reso solenne e ne sarà enfatizzato il significato, tanto più la rottura di quel patto risulterà onerosa per chi vorrà violarlo; e sarà tanto più ‟costoso” il sottrarsi ai limiti e ai vincoli che, per converso, il godere di opportunità e diritti comporta.
Infine, va ricordato che la situazione italiana, anche dopo la riforma del Concordato, registra una condizione di forte disparità tra la religione cattolica e le altre confessioni; da questa situazione di disuguaglianza deriva la necessità delle ‟intese”, che - non a caso - mirano a regolamentare, ma ancor prima a riconoscere e garantire, le religioni diverse da quella cattolica: anche quando - come nella maggioranza dei casi, peraltro - riguardano cittadini italiani, da sempre cittadini italiani. È questo che impone norme, e anche politiche e istituti, destinati a tutelare le confessioni religiose e le pratiche di culto non solo per il singolo individuo ma anche per le comunità di fede.
In ogni caso, per tornare alla questione degli stranieri, e per rispondere alle perplessità manifestate dai Radicali italiani, va precisato che - certo - la Consulta non è un organismo di rappresentanza democratica dei musulmani presenti nel nostro paese, ma nemmeno un casuale assembramento di individui. E se è vero che l'integrazione degli stranieri deve avvenire, com'è ovvio, su base esclusivamente individuale e corrispondere a un patto tra lo Stato e la singola persona, resta ineludibile la necessità di riconoscere diritti e garanzie, spazi pubblici e prerogative per identità e tradizioni, confessioni e culti, che risultano minoritari: e destinati, di conseguenza, a patire esclusioni e a subire discriminazioni.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>