Le incredibili cronache della diaspora leghista paiono fatte apposta per mettere a nudo la precarietà (insieme dolorosa e patetica) del Mito delle Radici. Moncherini di regione contro tronconi di provincia, umori di palude contro venticelli prealpini, e della fantomatica Padania rimane un frullato di identità locali che anche il più rispettoso dei cronisti non riesce a raccontare se non sfiorando la parodia. Se davvero Roma è ladrona, i ribelli "padani" oggi le penzolano dalle mani come i polli di Renzo, beccandosi e maledicendosi tra loro. E Bossi, che al suo apparire ci parve (e sbagliammo) appena una macchietta locale, oggi giganteggia come una vedette interregionale, una specie di Kofi Annan che cerca di ricucire una trama sbrindellata dal tribalismo di contrada, incontrando pittoreschi capi-clan che si credono baluardi dell’anima popolare per avere fondato un mobilificio, o trasformato in format il concorso di Miss Tette Venete. Pazzesco ma anche tristissimo, pensando che tanta brava gente, magari, ha pensato sul serio di barcamenarsi nel Grande Casino Mondiale in quanto trevigiano o di Cadoneghe o di Cuneo, pensa te. Con un corollario particolarmente patetico: che il grido di dolore, in dialetto, è di cortissima gittata, e già ai confini comunali più nessuno lo avverte.

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