‟O terra del sole / Congo misterioso / O splendida valle / del re Makoko / cantate la fama / del comandante / monsieur de Brazzà / monsieur de Brazzà”. Erano cent’anni che l’Africa narrava la sua leggenda, lo chiamava nelle tenebre al suono del tam tam. Pietro, l’esploratore buono, il bianco che nel 1880, al termine di una lunga marcia di pochi uomini nella giungla, in una favolosa notte di luna aveva scoperto il fiume Congo vasto come l’oceano. Savorgnan di Brazzà, l’ufficiale-gentiluomo, l’idealista che marciava scalzo e disarmato, ma metteva l’alta uniforme per incontrare i re color dell’ebano. Il Lawrence italiano, che aveva dato alla Francia l’ultima fantastica terra incognita, ma dalla Francia era stato ripudiato per aver messo il dito sui crimini dello sfruttamento coloniale. Ma ora l’attesa è finita, i tam tam salutano il Grande Spirito dell’eroe che torna sul suo fiume, nel luogo che porta il suo nome - Brazzaville - capitale della Repubblica del Congo. Per accogliere le sue ossa, che a giorni saranno traslate dalla tomba di famiglia ad Algeri, è stato costruito un enorme mausoleo in marmo (italiano) e il 3 ottobre le genti d’Equatore verranno a tributargli omaggio solenne. Dagli stati circostanti affluiranno tribù, re, capi di Stato; dall’Europa volerà il presidente Chirac, che del mausoleo ha già posto la prima pietra. Verranno alcuni dei discendenti dell’esploratore, come Pietro di Serego Alighieri, appassionato cultore di Monsieur de Brazzà e degli immensi archivi della famiglia. Ma è proprio qui che l’evento si tinge di giallo. A pochi mesi dalla celebrazione, qualcuno ha manomesso la tomba dell’eroe. Segni di effrazione nella cripta di famiglia, ben documentati da fotografie. Dall’Italia, dove Brazzà ha uno stuolo di parenti illustri, pare che nessuno sia ancora venuto a verificare l’accaduto. Ma i rappresentanti delle tribù Teké - una delle popolazioni più forti dell’Equatore, che Savorgnan incontrò nella sua seconda esplorazione - parlano di un aereo arrivato da Brazzaville, alludono a un’incursione dei poteri forti congolesi. I Teké, eredi del re Makoko incontrato centotrent’anni fa dall’esploratore italiano, denunciano addirittura il furto di alcune ossa, destinate ai riti magici di una cupola, ansiosa di accreditarsi tenendo in ostaggio l’ambitissima reliquia. Intanto una parte del Congo imputa alla presidenza del Paese di avere costruito il faraonico mausoleo solo per celebrare se stessa e coprire nuovi affari con le multinazionali. C’è chi farebbe un talismano delle sue reliquie; chi, come i Teké, vorrebbe seppellirle nei propri territori e non a Brazzaville; e chi invece, come certa Francia nazionalista, cancellerebbe il suo nome dalla memoria. C’è chi lo vede come l’origine di tutti i mali per l’Africa Nera, e chi lo santificherebbe come un eroe. Chi, come il presidente congolese Sassou N’Guesso, cerca di farne il simbolo di unità fra le tribù divise del Congo, e chi, oltre il Mediterraneo, preferisce tenere segrete le sue ultime, esplosive relazioni sulla conquista francese attorno all’Equatore. Dopo un secolo è come se, attorno a quel fantasma, si fosse riacceso il "Grande Gioco" in terra d’Africa. ‟Di Brazzà non è solo il romanzo di una vita, è anche il mistero di una morte”, sorride Gino Pennacchi, che assieme a Nicole Leghissa sta preparando un documentario sul tema per conto della Tico Film Company. Un film attento, per la prima volta, alle troppe verità sommerse della vicenda: ai crimini, ai dossier criptati, agli scandali, alle tombe manomesse. Come in tutti i gialli, è dalla fine che bisogna cominciare: il 1898, quando il nostro protagonista, quarantacinquenne, carico di gloria e invidie, con già quattro storici viaggi alle spalle, prende una nave per la Francia e scopre dai bollettini ufficiali di essere stato destituito dalla carica di governatore del Congo. Uno sgarbo, un’imboscata imposta dalle lobby. Lui, uno degli uomini più popolari del Paese, l’europeo che aveva svelato in quattro spedizioni il segreto di un continente, era diventato inutile. L’avevano tolto di mezzo per dare le nuove terre in concessione agli avventurieri. è qui che comincia la parte oscura della storia: da quando Brazzà, sdegnato, decide di chiudersi nella dolce Algeri, che elegge sua seconda patria. Si sposa, fa tre figli, ma è minato dall’amarezza e dalle malattie equatoriali, gli restano da vivere pochi anni. Esce dal silenzio solo nel 1901, quando Parigi pubblica un libro encomiastico sulla politica della Francia in Africa. S’indigna, vuole raccontare la sua verità, mette a punto una contro-relazione. L’ha sempre detto che ‟se si divide il Congo in concessioni, si farà prestissimo a rovinare tutto; sarà come mangiare frumento quando è ancora erba”. Ma il suo esplosivo documento s’insabbia. Intanto trapelano notizie di orrori. Nel 1903 un indigeno viene fatto saltare in aria con una carica di dinamite nell’ano, e - quel che è peggio - il governo copre i funzionari responsabili. ‟Avete fatto benissimo - scrivono da Parigi - ma ancora una volta sarebbe meglio non far trapelare cose del genere”. Arrivano notizie tremende: nasi, mani e piedi tagliati col machete; fustigazioni con micidiali scudisci di pelle d’ippopotamo; rematori affogati; ostaggi ammassati in baracche senz’aria né luce e lasciati morire tra i loro escrementi. Villaggi sterminati con la mitragliatrice, con la scusa della legittima difesa. Nel Congo belga gli uomini di Leopoldo Secondo fanno anche di peggio. Scoppia uno scandalo, i giornali sparano titoli forti, la Francia illuminata chiede verità, il governo traballa. E così, per calmare l’opinione pubblica, Parigi richiama in servizio l’"eroe", col compito di svolgere un’inchiesta sul terreno, ma lo circonda di funzionari pronti a depistarlo. Brazzà ha mangiato la foglia, ma accetta egualmente. Si fa preparare da Luis Vuitton un letto e una scrivania da viaggio - un modello che farà epoca - e parte. Si muove felpato, capisce di avere ancora la fiducia dei neri. E così, ‟in un ballo tribale organizzato in suo onore dai preoccupatissimi funzionari francesi - racconterà nel 2005 un suo discendente esploratore, il friulano Detalmo Pirzio Biroli, poco prima di morire centenario - lo stregone dei Teké gli fa capire danzando, a gesti, che ci sono delle prigioni, dei reticolati, e che dentro quelle prigioni la gente muore”. Solo tra gli astanti, Pietro Savorgnan capisce il messaggio criptato, e può muoversi subito nella direzione giusta, verso le regioni del Nord, teatro dell’abominio. Pochi mesi dopo, a missione compiuta, s’imbarca verso la Francia per raccontare ciò che ha visto. è esausto, tutti gli hanno remato contro, l’atmosfera è ostile se non minatoria. Scrive una relazione e la chiude in un cassetto della scrivania portatile. Il testo conferma le atrocità, ma non accusa persone. Accusa, correttamente, un sistema di sfruttamento. Ha capito che il problema è politico-economico, non criminale. C’è un sistema - scrive Hannah Arendt - che si serve dei pionieri, degli ‟uccisori di draghi”, e poi li sostituisce con burocrati assassini, la stessa pasta degli aguzzini di Auschwitz. Brazzà era davvero un uccisore di draghi. Un sognatore, che aveva cercato il Congo solo per avere visto, un giorno, una macchia bianca sulla carta dell’Africa. Molti, a Parigi, vorrebbero che quel dossier non arrivasse mai. E difatti non arriva. Monsieur de Brazzà, già debilitato dall’ameba, si ammala, viene sbarcato febbricitante a Dakkar, dove muore il 14 settembre 1905. Qualcuno parla di veleno. E intanto il dossier viene sottratto da un funzionario a lui ostile e poi insabbiato nei corridoi di Quai d’Orsay. La stessa mano che occulta, glorifica. Parigi proclama di voler seppellire Brazzà al Pantheon, ma la moglie rifiuta l’onore ipocrita, utile solo ad alleggerire la coscienza del potere. Così Pietro è sepolto ad Algeri, nella sua cara Africa, dietro una lapide con la scritta eloquente: ‟La sua memoria è pura di sangue umano”. Ovviamente tutto continua come niente fosse. La Francia produce fiumi di retorica, si autoassolve, inaugura proprio contro gli indigeni congolesi la micidiale mitragliatrice "Maxime". Anche l’Italia ignora l’insegnamento del suo grande figlio, s’imbarca nell’avventura africana che finirà nel disastro di Adua. Ma è solo una prova generale. La Grande Guerra bussa alla porta d’Europa. Le potenze industriali affamate di colonie non esiteranno a divorarsi tra loro. Anche dopo tutto continuerà come prima. Il fascismo userà i gas contro l’Etiopia, spedirà in Africa proconsoli assassini come Graziani. Onorerà il razzista Italo Balbo, non il mite Savorgnan di Brazzà, che pure aveva surclassato in stile i più famosi Stanley e Livingstone. Così, lo scopritore del fiume Congo resterà ancora semisconosciuto nel Pantheon italiano. Quanto alla Francia, bisognerà aspettare la fine dell’avventura algerina per vedere luce sulla vicenda: ma ancora oggi i nipotini della lobby coloniale a Parigi coprono di silenzio la denuncia dell’esploratore rompiscatole. Come cent’anni fa in tempi di sfruttamento selvaggio del Pianeta, la memoria di Brazzà resta scomoda. Indica una responsabilità collettiva con cui l’Occidente non ha fatto i conti. Chirac volerà a Brazzaville, farà bei discorsi terzomondisti, ma intanto a Parigi i pronipoti del mitico re Makoko vivono da "sans papiers". Clandestini, come il giovane Romaric N’Guaioulou, figlio di re Gaston, finito ucciso nelle guerre intestine della Repubblica del Congo. Proprio lui, Gaston N’Guaioulou, aveva rilanciato la figura di Savorgnan di Brazzà per ridare dignità ai Teké, popolo antagonista al potere assoluto di Sassou N’Guesso. E oggi, esattamente come il padre e gli antenati, anche Romaric - ritrovato in Francia da Gino Pennacchi - ha nostalgia del Grande Spirito Bianco. Vorrebbe almeno che alla cerimonia del mausoleo fosse presente tutto il suo popolo, con i discendenti veri di chi, oltre un secolo fa, incontrò l’esploratore nella foresta. Il 3 ottobre, caso unico nella storia, l’Africa Nera onorerà un bianco del tempo coloniale: e per l’esploratore scomodo - che la Francia ingrata destituì per avere mano libera sul caucciù, il legno e il petrolio - sarà una storica rivincita. Oggi possiamo dire che se il colonialismo avesse seguito la sua strada - la strada di un italiano, e non quella ferocemente sfruttatrice dello scozzese Stanley - l’Africa non sarebbe diventata il continente dei genocidi etnici e della fame, e l’Occidente non si troverebbe di fronte a un’onda di ritorno di terrorismo, conflitti di civiltà, invasioni di clandestini e banlieues in fiamme. Mentre a Parigi o a Marsiglia i rappers franco-congolesi urlano la loro rabbia per il tradimento della ‟liberté, égalité, fraternité”, nel continente nero la leggenda dell’eroe bianco ritorna e s’ingigantisce. Come cent’anni fa, i bardi africani celebrano le avventure straordinarie dell’esploratore scalzo, e con esse il sogno - mai accantonato - di una vera libertà, eguaglianza e fraternità in un mondo alla deriva.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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