Ecco un lavoro usurante: fare l’avvocato di Vittorio Emanuele di Savoia. Il rischio è che mesi di lavoro, di pazienti analisi dei documenti, di valenti strategie processuali, vengano distrutti in pochi secondi da una sola frase pronunciata dall’augusto cliente. Egli, nel mondo del crimine (si fa per dire, naturalmente), ricopre il medesimo ruolo che l’ispettore Clouseau incarna tra le forze dell’ordine. È l’imputato maldestro, che prima dell’udienza, per allentare la tensione, chiede al giudice "chi è quella racchia là in fondo, eccellenza?", ed è la moglie del giudice. È l’indagato autolesionista, che per scagionarsi di un tamponamento rivela che in quel momento era a fare una rapina a mano armata. È l’evaso delle barzellette, che scava a lungo il tunnel della fuga e alla fine emerge nell’ufficio del direttore del carcere.
Se nelle prime fasi delle sue disavventure giudiziarie l’opinione pubblica gli era decisamente ostile, sono convinto che adesso stia mutando opinione. I comici, anche se alludono pur sempre al tragico (vedi i fatti di Cavallo) sono sempre nel cuore del pubblico.

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