Gli occhi dei media sono puntati su un’altra calamità africana: il Niger e i suoi bambini, disperati e famelici, hanno nuovamente messo il continente africano sotto i riflettori. Questa tragedia si sta svolgendo sulle tv di tutto il mondo proprio mentre i leader dei Paesi industrializzati al summit del G8 si sono impegnati con un importo senza precedenti a cancellare il debito dei Paesi africani e a portare aiuti. Le buone nuove concernenti la generosità del mondo benestante si scontrano e collidono con un’ulteriore mano tesa, un altro grido di aiuto, provenienti dal nostro continente. Perché il Niger non è un’isola di disperazione a sé stante: esso è parte integrante d’un mare di problemi che investono l’Africa, in particolare le "emergenze dimenticate" dei Paesi o delle regioni povere, aventi scarso fascino strategico o esigue materie prime. I Paesi confinanti, Mauritania e Mali, Sudan meridionale, l’Africa meridionale sono altrettanti "casi Niger" in attesa di esplodere. Nella maggior parte dei casi non è possibile addossare la responsabilità di quanto accade alle guerre o alle tirannie, bensì alla sola miseria che costringe metà del continente a sopravvivere con meno di un dollaro al giorno, e al letale sovrapporsi dell’Aids che ogni anno uccide circa 2 milioni d’africani. Il Programma alimentare mondiale dell’Onu non più tardi di 9 mesi fa aveva ammonito che il Niger, già allora una delle nazioni più povere del mondo, stava dirigendosi verso la catastrofe - spintovi da una gravissima siccità e dalla peggiore invasione di locuste verificatasi negli ultimi 15 anni. Ma i Paesi donatori erano intenti a occuparsi di crisi d’alto profilo. Poi si è verificato lo tsunami nell’Oceano Indiano che ha eclissato ancora una volta dalla scena internazionale la povertà dell’Africa. Adesso il tormento dei bambini nigerini ha indotto il mondo ad agire, ma per molti di loro è troppo tardi. Dobbiamo sempre attendere di vedere queste immagini strazianti di bambini agonizzanti prima di mobilitarci? Noi in Africa ce lo chiediamo: dietro alla disperazione il mondo esterno vede degli esseri umani o dei potenziali partner? Come si può passar sopra anche solo ai comunicati ordinari di tutti i giorni provenienti dall’Africa, nei quali s’incarna un universo di bisogni e necessità senza fine, i 40 milioni di bambini che la povertà tiene lontani da scuola, la denutrizione cronica che blocca la crescita di metà dei bambini, le regioni, come l’Africa meridionale, nelle quali tra 5 anni un bambino su 5 sarà reso orfano dall’Aids? Nell’Africa meridionale il letale cocktail di Aids e carestia sta lacerando il tessuto sociale e l’infrastruttura dei nostri Paesi, alterando in maniera crudele le conquiste dell’era post-apartheid. Insegnanti, medici e infermieri stanno morendo a un ritmo più veloce rispetto a quello con il quale possiamo istruirne di nuovi. Così tanti dei nostri contadini sono morti per l’Aids che gli approvvigionamenti di cibo sono quanto mai incerti e sempre più difficili anche quando le piogge cadono come dovrebbero. In molti Paesi del sud dell’Africa l’aspettativa di vita è scesa di circa 20 anni, ai livelli del XIX secolo (nello Swaziland si è arrivati alla sconvolgente età di 36 anni). Entro il 2010 l’Africa sub-sahariana ospiterà 20 milioni di orfani resi tali dall’Aids. Quale sarà mai il loro futuro? Gli africani si chiedono quando il resto del mondo dirà "basta!". Non sarà che l’effetto di questo "reality show" africano è così intollerabile e sconvolgente che il resto del mondo si sintonizza altrove? Dovremmo ricordare tutte le altre volte in cui milioni di persone nel mondo hanno detto "basta!", e quelle in cui la gente s’è rifiutata di fare qualcosa mentre gli altri soffrivano e morivano. Sono fiero d’aver fatto parte d’un movimento nato all’interno dell’Africa stessa prefiggendosi di superare l’ingiustizia dell’apartheid. Non avremmo potuto avere successo nella battaglia senza il tenace supporto dei nostri amici negli Usa e altrove. L’Aids non è il primo nemico cui gli africani devono far fronte. Con leadership e determinazione possiamo sconfiggere anche questa piaga. Sappiamo di poter contare sui nostri amici - anche fuori dall’Africa - per trasformare in azione la nostra chiamata e che saremo partner in questa impresa. Lodiamo l’impegno assunto dai Paesi donatori di cancellare i debiti dei nostri governi e di finanziare la lotta all’Aids in Africa, specialmente con farmaci antiretrovirali. Ma come accadde per l’apartheid, occorre dar ascolto alla popolazione: essa afferma che i farmaci da soli non potranno farci vincere la battaglia. La maggior parte dei 30 milioni d’africani positivi all’Hiv non può contare su un’alimentazione adeguatamente nutriente, per non parlare di tubercolosi e altre malattie. Con lo stomaco vuoto non si può combattere l’Aids, non si può educare le nostre popolazioni né far progredire i nostri Paesi all’altezza delle loro effettive possibilità. è ora di prestare attenzione ai segni premonitori prima che i bambini d’un altro "Niger" siano catapultati sulla ribalta internazionale dalla carestia.

L’articolo dell’arcivescovo sudafricano premio Nobel per la Pace nell’84 è stato scritto per il World Food Program dell’Onu
Traduzione di Anna Bissanti
Desmond Mpilo Tutu

Desmond Mpilo Tutu

Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, è stato Arcivescovo di Città del Capo (Sudafrica) fino al 1996. È attualmente visiting professor presso la Emory University ad Atlanta. È stato a capo della Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita da Mandela subito dopo la fine dell'apartheid.

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