A volte, per sentirmi vivo e sapere che gli anni - come dice il poeta argentino Juan Gelman - invecchiano con me, getto uno sguardo sul mio passaporto per rivedere i timbri d’ingresso e di uscita dei luoghi che lentamente si sono trasformati in una parte della mia patria. Me lo ha insegnato, in una luminosa serata al Cairo, il mio ammirato, amato e venerato amico Naghib Mahfuz. ‟In realtà, l’unica patria possibile è quella dei ricordi. Belli o brutti, sono come noi li vogliamo”. Questo, l’ho appreso da Naghib Mahfuz mentre passeggiavamo nel grande mercato-bazar di Jan Aljalil, scenario di uno dei suoi formidabili romanzi. Non riesco a distinguere la data del mio ingresso in Egitto. Credo sia stato tre o quattro anni fa. Un altro poeta, Antonio Gil, era allora direttore dell’Istituto Cervantes al Cairo e ad Alessandria. Subito dopo l’abbraccio di saluto scambiato all’aeroporto mi chiese se conoscessi Mahfuz. Risposi di sì, anche se non lo avevo mai incontrato. Conoscevo i suoi racconti, le sue poesie e opere teatrali, e lo sentivo, oltre che maggiore, come un amico. ‟Vorrebbe conoscerti: domani andremo a trovarlo”, propose Antonio Gil. Il volo da Madrid arriva al Cairo a tarda sera, ma bisogna essere grati di quest’occasione per contemplare, lungo il percorso dall’aeroporto alla città, gli ampi viali con le vestigia di secoli passati, alla luce di potenti riflettori. Il balcone della mia stanza dava a oriente, e non era possibile dormire davanti alla maestosa presenza della moschea di Mohammed Ali, che risplendeva nel buio costellato dai piccoli lumi della Città dei Morti, il grande cimitero cairota dove i poveri ma vivi condividono l’eternità dei defunti. La mattina dopo, mentre stavo facendo colazione, un cameriere si avvicinò al mio tavolo, e dopo un rispettoso salam aleikum mi informò che qualcuno mi aspettava già da mezz’ora alla reception. Vidi allora quell’anziano piccolo e fragile, molto fragile, con in mano la traduzione francese del libro di un altro poeta: Residencia en la Tierra di Pablo Neruda. Il suo segretario, anche lui poeta, la cui statura e stazza faceva pensare a un personaggio delle Mille e una notte, mi disse subito che avrei dovuto parlare a voce molto alta perché Naghib era sordo come una campana. ‟Ti prego di gridare forte; mi sono sempre rifiutato di usare un apparecchio acustico” spiegò Mahfuz. E aggiunse: ‟Tra poco venderanno anche le protesi per l’anima!” Così ebbe inizio un’amicizia a tutto volume con quest’anziano fragile e forte, atemporale e presente come la storia dell’Egitto. Alcuni anni fa un fanatico religioso aveva tentato di assassinarlo conficcandogli un pugnale nel collo. Si era salvato perché a volte - anche se del tutto eccezionalmente - la vita sa essere rigorosa e rispettare l’esistenza dei migliori. Conversato - gridando - in albergo. Voleva sapere tutto della Spagna e dell’America Latina. Mi parlò del suo amore per Garcia Lorca e Antonio Machado, della sua breve amicizia epistolare con Pablo Neruda e della sua ammirazione per Gabriela Mistral, che considerava una poetessa cosmica, per questo condannata all’ostracismo. Mentre camminavamo per il viale ombreggiato dalle palme che porta al Museo di Storia, sentivamo risuonare l’appello alla preghiera dalle moschee. Non so se Naghib Mahfuz fosse quell’ateo furibondo che dichiarava di essere, o se il suo rapporto col Dio dei musulmani rassomigliasse a quello del poeta persiano Omar Jahiam, che nelle Rubbahiatas non ha esitato a trattare Allah da ubriacone. ‟Andiamo a mangiare qualcosa in un posto tranquillo, dove potremo continuare a parlare”, disse quando il poeta-segretario ci consultò sul nostro appetito. Il luogo tranquillo era proprio quello che più desideravo conoscere, percorrere, fiutare: lo scenario del mio romanzo preferito tra tutti quelli scritti da Naghib Mahfuz, Jan Aljalil. E’impossibile sapere quante sono le sue botteghe, i vicoli sinuosi, i monili d’argento, i tabacchi aromatici, gli accattoni che percorrono quel labirinto formicolante di mercanti, turisti, gente che passeggia o non ha di meglio da fare che conversare gridando. Mi condusse alla bottega di un commerciante di Alessandria, che stranamente conosceva dieci parole di catalano e voleva essere chiamato ‟Jordi”. Il perché ci venne subito spiegato: possedeva una foto con dedica dell’ex presidente della Generalitat di Catalogna, Jordi Pujol, che conservava su una sorta di altarino, accanto a quelle di altre illustri conoscenze. ‟Cercherà di venderti qualche gingillo” mi avvertì Naghib Mahfuz. ‟Sappi che non uscirai di qui senza aver comprato qualcosa. E’un brav’uomo - ma non dargli più della metà di quanto ti chiede”. Mentre aspettavamo che ‟Jordi” portasse a compimento la lenta cerimonia della preparazione di un buon caffè, mi domandò di osservarlo con attenzione: Naghib Mahfuz aveva un volto dai tratti molto severi, come scolpiti da un artista refrattario alle linee curve, e nascondeva dietro lenti scure i suoi stanchi occhi da vecchio. ‟A chi somiglio?”, mi domandò. Rendendosi conto del mio silenzio - dato che non riuscivo a trovare una somiglianza - esclamò: ‟Ma a Vittorio Gassman, nel film Profumo di donna! Sono come quel militare: cieco e inutile”. Ma cos’altro è uno scrittore, se non un cieco inutile? A Jan Aljalil abbiamo parlato di libri. La sua conoscenza della letteratura latinoamericana e universale passava quasi sempre per le traduzioni francesi, ma leggeva sempre con l’appoggio di un dizionario enciclopedico, per avvicinarsi a quella che chiamava l’‟anima dello scrittore”, le sue radici, il suo ambiente, la storia da cui veniva, con le sue miserie e ricchezze. Più tardi, davanti a un piatto di spuntature d’agnello molto aromatizzate, mi chiese di descrivergli il luogo in cui vivevo; e gli parlai di Gijon - una città che non aveva mai sentito nominare - della sua gente, del Cantabrico, dello strano spettacolo cui si assiste a volte quando la nebbia sale dal mare coprendo interamente l’abitato con un velo di spessa umidità, e di come poi la brezza la fa rinascere, senza nessuno che la festeggi. Gli dissi che a giorni mi sarei recato ad Alessandria, non tanto per l’onore di essere il primo scrittore a tenere una conferenza nella nuova biblioteca quanto in omaggio a Miramar, un altro suo romanzo che fa parte della mia personale ricchezza: un patrimonio felice, seppure inutile e non trasferibile. ‟Ci vai per Kavafis. Anche se ora non lo sai, lo scoprirai quando sarai ad Alessandria”. Ho parlato con Naghib Mahfuz - sempre a tutto volume - in altre tre occasioni che oggi sono un territorio della patria del ricordo, dell’immenso paese della memoria. L’ho visto per l’ultima volta sulla porta dell’ascensore di un caffè del Cairo. Ho abbracciato quel suo fragile corpo, e lui ha risposto al mio affetto posandomi la mano destra sul cuore e dicendo: ‟Ti auguro ogni bene, amico”. Mentre scorro le pagine del mio passaporto apprendo che Naghib Mahfuz è morto. Il comunicato riferisce che lo Stato gli tributerà onoranze ufficiali; è stato il primo scrittore di lingua araba a ottenere il Premio Nobel per la letteratura. Sul passaporto, il timbro del mio ingresso in Egitto è a metà cancellato, ma il mio ricordo di Naghib Mahfuz resta luminoso come un’aurora al Cairo, e lieto come la chiassosa tristezza che certo oggi grava su Jan Aljalil.
Traduzione di Elisabetta Horvat
Nagib Mahfuz

Nagib Mahfuz

Naghib Mahfuz è nato nel 1911 al Cairo (quartiere di Gamaliyyah) dove è morto nel 2006. Considerato uno dei massimi scrittori arabi di tutti i tempi, è stato l’unico insignito del premio Nobel per la letteratura (1988). Oltre a romanzi, saggi e racconti ha scritto anche sceneggiature televisive e cinematografiche e ha lavorato a lungo come giornalista. È stato vittima, nel 1994,  di un attentato di fondamentalisti islamici. Con Feltrinelli ha pubblicato: Il nostro quartiere (1989), Vicolo del mortaio (1989), Il ladro e i cani (1990), Notti delle mille e una notte (1997), Miramar (1999) e Canto di nozze (2003).

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