Il terrorismo colpisce anche nel Paese accusato dagli Stati Uniti di ‟offrire rifugio ai terroristi”. Ieri mattina un commando composto da almeno quattro uomini ha tentato di far saltare in aria la sede dell’ambasciata americana a Rawda, uno dei quartieri più esclusivi nel cuore di Damasco. Sembra che tre aggressori siano stati uccisi dalle guardie siriane. Ucciso anche un agente siriano e feriti almeno altri due assieme a una decina di passanti, tra cui leggermente un diplomatico cinese. Nessuna vittima invece tra i diplomatici americani. L’ambasciatore è assente dal febbraio 2005, quando venne richiamato a Washington a marcare la protesta contro l’assassinio a Beirut del leader libanese Rafiq Hariri e la convinzione americana sulle responsabilità siriane nel complotto. L’azione doveva aprirsi con l’esplosione di un camioncino carico di bombole del gas collegate a detonatori artigianali. Ma qualche cosa non funziona. L’ordigno non scoppia. Gli assalitori vengono notati dalle guardie di sicurezza siriane. Sembra avessero anche alcuni lanciagranate. Al grido di ‟Allah è grande” cercano di fare irruzione nell’edificio. Ma i rinforzi militari siriani arrivano in fretta. La zona è ben protetta, vi si trovano diverse abitazioni di alti funzionari governativi, militari e molte ambasciate (tra cui quella italiana, che non viene neppure sfiorata dai colpi). Lo scontro a fuoco dura circa mezz’ora. I testimoni raccontano di una Damasco percorsa da convogli delle forze speciali, con le sirene delle ambulanze che echeggiano lugubri e le zone del centro ingolfate dal traffico ai posti di blocco. I responsabili? Il governo di Bashar el Assad punta il dito contro la meteora del fondamentalismo islamico legata a Al Qaeda: ieri era trascorso solo un giorno dal quinto anniversario dell’11 settembre. Secondo l’ambasciatore inglese, Peter Ford, si tratta comunque di un gruppo poco addestrato, lo dimostrerebbe la fattura molto primitiva dell’autobomba. ‟È stato il blitz di un gruppo minore”, dichiara alla Cnn. Con insistenza le agenzie locali fanno il nome dello ‟Jund al-Sham”, che in arabo significa ‟Soldati di Siria”. Un’organizzazione apparsa con nomi leggermente diversi negli ultimi anni. Un altro è ‟Esercito della Grande Siria”. Comunque un’organizzazione estremista sunnita, emersa in Afghanistan alla fine degli anni Novanta e poi ‟esportata” in Giordania, prima di legarsi ai gruppi di Abu Musab al-Zarqawi in Iraq dopo l’invasione americana del 2003. Il loro piano è quello di rovesciare i regimi laici del Medio Oriente per espandere la ‟grande Umma” pan-islamica. E il loro braccio di ferro con il regime baathista siriano è di vecchia data. Nei primi anni Ottanta Hafez el Assad, padre dell’attuale presidente, ordinò all’esercito di attaccare e distruggere le roccheforti dei fondamentalisti nella città di Hama. Il bilancio delle vittime non è mai stato definito con certezza, ma c’è chi parla di circa 20.000 morti. Ultimamente le azioni del Jund al-Sham sarebbero in crescita. A loro è attribuito tra l’altro l’attacco in giugno alla sede della televisione di Stato a Damasco, che avrebbe causato almeno 4 morti. In ogni caso il blitz di ieri non è servito per riavvicinare Usa e Siria. Washington ha ringraziato Damasco. ‟Siamo grati ai militari siriani che hanno fermato gli aggressori”, ha detto il portavoce della Casa Bianca, Tony Snow. Dura la replica dell’ambasciata siriana negli Stati Uniti: ‟La vostra politica in Medio Oriente non fa che alimentare fondamentalismo ed estremismo”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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