Tornano, come in una luce stroboscopica, flash di memoria. Oriana Fallaci, ragazza bella, sfacciata, incredibilmente simpatica, in una strada di New York (stranamente ricordo ancora il luogo, di fronte al Consolato di Svezia, 64ª strada e Park Avenue) che si presenta da sola e si unisce all’istante a un viaggio a Washington.
Andiamo a visitare il senatore Kennedy e il senatore Goldwater, una colomba e un falco, un liberal e un conservatore, due grandi personaggi che, per giunta, sono amici fra loro.
Osservandola lavorare impari subito grinta, insolenza, bravura e coraggio.
Lei è sempre a rovescio rispetto al percorso comune, diventa all’istante l’antagonista dei suoi intervistati ma anche, curiosamente, la confidente che si fa dire più cose, anche cose mai dette a nessuno.
Avviene così la sua celebre intervista a Henry Kissinger, Segretario di Stato. Oriana Fallaci era già celebre a Washington, scriveva per il settimanale ‟Newsweek”, era immensamente ammirata dai lettori e molto temuta dai personaggi a cui si presentava.
Per anni, finché ho vissuto in America e ho avuto occasione di ascoltare Henry Kissinger, mi sono sentito raccontare da capo, come un incubo, quella intervista. In due pagine la giornalista italiana aveva svelato più fatti, progetti, ricordi e pensieri del potente e prestigioso personaggio Kissinger, di quanto abbia mai fatto, prima o dopo di lei, qualunque giornalista americano.
In un altro momento della stanza della memoria, siamo a Hong Kong, all’Hotel Mandarin tra un Vietnam e l’altro. Oriana Fallaci entra di corsa nell’ascensore già affollato e mi chiede sottovoce ‟un posto per piangere”.
Era appena arrivata, vestita da guerra, stava indicando i bagagli e mostrando il passaporto quanto il portiere, in quel luogo a lei familiare, le ha passato il telefono. ‟È morto lo zio Bruno”, mi ha detto. Le ho dato le chiavi della mia stanza, si è seduta e ha pianto per un’ora. Poi se ne è andata a ricominciare il lavoro. Chi è stato amico di Oriana Fallaci sa tutto dello zio Bruno, il personaggio che ha legato la scrittrice quasi bambina alla Resistenza, e, subito dopo, l’adolescente ambiziosa e ‟unstoppable” (non fermabile, diceva di lei Ray Graham, la leggendaria proprietaria del ‟Washington Post”) nel mestiere del giornalismo.
Prima e dopo c’è la Grecia, poi ancora la Cina, il Vietnam. E, l’America che c’è sempre nella sua vita.
L’America è un ufficio nell’edificio Rizzoli (57ª strada Ovest) e una casa a due piani nella 61ª strada. A pochi passi abita Ugo Stille. Cento metri più avanti in quegli anni - per molti anni - abito io. Ci sono soli tre posti dove Oriana Fallaci andrebbe, a quel tempo, la sera. Il Ristorante San Domenico, la sua piccola cucina con terrazza su un giardino interno, e casa mia. Ci sono solo due coppie di amici che vede anche per una settimana di seguito, con cui parla del suo lavoro e mostra i fogli altrimenti inaccessibili, dei suoi libri. Sono Francesco Rosi e sua moglie Giancarla. Sono Alice Oxman e io.
Ci sono due frontiere misteriose e invalicabili - o almeno invalicate - nella vita di Oriana Fallaci, lei che le frontiere fisiche le ha attraversate tutte. Una è stata tracciata dopo l’immenso successo giornalistico, quando ha deciso di essere soltanto e rigorosamente scrittrice e ha voluto essere definita sempre e solo con la seconda parola, ‟scrittrice”. Il successo dei libri è stato almeno altrettanto grande e qui si colloca il primo valico impenetrabile. Ha chiuso fuori quasi tutta la vita che veniva prima, tranne l’estrema vivacità dei ricordi che ti faceva sembrare una sera con lei come l’essere andato al cinema. E quel misto di cattiveria implacabile (toscana) e di fairness, o messa in prospettiva delle persone e delle cose (americana) con cui ti raccontava la sua vita e il mondo come il grande spettacolo che aveva vissuto in esclusiva. Molti pensano che la seconda frontiera, quella dell’isolamento quasi assoluto, interrotto solo da un paio di interviste pubbliche, coincida con l’insediamento del male. Non è vero.
Con il suo piglio insolente e coraggioso Oriana Fallaci ha trattato il suo male come qualunque nemico, ce lo narrava come si narrano le fasi di una battaglia, e anche le dispute sulla cura (non amava il piglio invasivo e ‟macho” di certi medici americani) erano episodi e materiali del nostro conversare continuo. Ma in un modo o nell’altro la seconda barriera è calata. So dire quando (1995) ma non so dire perché. C’è un ‟giorno dopo” in cui il telefono non risponde più e non avviene più alcun contatto, nonostante le lettere lasciate sotto la porta.
Inizia così il lungo decennio (l’ultimo) di cui non so nulla tranne i tre libri che le hanno dato un successo e una notorietà immensa e hanno spaccato intorno a lei il mondo, anche il suo.
Prendo un tratto del suo carattere, l’insolenza, per dire: peccato, gli ultimi libri hanno oscurato un personaggio molto più grande della vita italiana e della vita americana. Peccato, perché il marchio di fabbrica di ogni cosa detta e scritta e fatta dalla Fallaci era un atto di sfida al conformismo e al potere, era una rivolta nella rivolta, un atto di estrema originalità.
Il suo Vietnam non era stare con i vietnamiti o con gli americani. Era la ragazza che affronta il generale e dice senza mezzi termini quel che pensa. Al generale Giap e al generale Westmoreland con lei toccava la stessa sorte: di essere implacabilmente esplorati e descritti e svelati, ma non amati, meno che mai seguiti, in un percorso o nell’altro. E mi sembra ingiusto che in questi ultimi anni si sia dimenticata la Oriana Fallaci di Insciallah, un documentario-romanzo in cui la vera guerra avviene fra stupidi e intelligenti, fra disonesti e puliti, fra spie e soldati, fra persone per bene e venduti, non fra Occidente e Oriente, non lungo la linea di demarcazione della guerra santa. E in cui salvezza e perdizione non dipendono da alcun credo e da alcun Dio o da alcun manifesto politico ma da un po’ di abilità, un po’ di fortuna e da molto coraggio. Oriana Fallaci mi diceva di avere amato le mie recensioni di Insciallah (che potremmo chiamare ‟la prima guerra del Libano”) più di molte altre. Finché ci siamo incontrati (quasi ogni sera) non abbiamo mai smesso di parlarne, perché era bello quel suo mondo in cui buoni e cattivi non sono razze, non sono religioni e non sono milizie del bene e del male. Oggi ricordo quel libro e la sua autrice e la grande amicizia che ci ha uniti fino a quel misterioso punto di silenzio. Il resto è storia. E, adesso, memoria e rimpianto.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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