La Telecom di Guido Rossi supererà la prova dei mercati? Già da domattina gli investitori finanziari internazionali con il portafoglio pieno di azioni si chiederanno se Rossi riuscirà a realizzare la svolta voluta da Marco Tronchetti Provera. Un cambio di strategia che ha già provocato uno scossone: lo scontro frontale con Romano Prodi e il passo indietro del presidente di Pirelli. Non vi è dubbio che a giudicare dall’esterno, Rossi, accettando l’incarico, ha mostrato di condividere pienamente la svolta in atto che prevede lo scorporo in due società delle attività di telefonia mobile e della rete sull’ultimo miglio. A questa prima fase dovrà seguire, seguendo le indicazioni degli azionisti Tronchetti Provera e Benetton, la vendita della Tim e il conseguente sviluppo delle attività di telefonia fissa sulla banda larga secondo il modello "media company". La rete telefonica, sebbene in una società a parte, dovrebbe invece restare di completa proprietà della nuova Telecom che inoltre, per diventare sempre più appetibile sui mercati finanziari, dovrà riempirsi di contenuti attraverso accordi da stipulare con editori italiani ed internazionali (News Corp, Time Warner). Il completamento della U turn voluta da Tronchetti Provera ma implementata da Rossi culminerà con la distribuzione di un mega dividendo che servirà ad annullare il debito presente nella controllante Olimpia. E a colmare quel "gap" di circa 2 miliardi di euro del bilancio Pirelli rappresentato dalla differenza tra il prezzo pagato nell’estate 2001 (ora sceso a 3,9 euro) e il valore di Borsa della Telecom (poco sopra i 2 euro). Facile a dirsi un po’ meno a realizzarsi. Le incognite che il professore ha su questo cammino sono parecchie e le probabilità di un cambio di rotta in corsa elevate. In pratica Rossi dovrà decidere se portare avanti una politica destinata a privilegiare un solo azionista, seppur di riferimento, cioè la Olimpia con il 18%, o se impostare una strategia destinata a fare l’interesse di tutti gli azionisti, come si usa in una vera e propria public company. Per tutto quello che Guido Rossi ha scritto in questi anni contro le strutture piramidali del capitalismo italiano, i patti di sindacato (da abolire per legge) e via discorrendo, si dovrebbe pensare che questa volta il modello public company possa prevalere. In realtà tutti sanno che offrendo più spazio al mercato il braccio di ferro con l’azionista di riferimento diventerà inevitabile. Il primo banco di prova arriverà tra poco, quando le banche d’affari porteranno sul tavolo del consiglio le offerte per la Tim Brasil. La controllata carioca è una pepita d’oro creata dal nulla dalla Telecom e ha tutte le carte in regola per diventare il primo operatore mobile del paese, davanti a Vivo, la controllata di Telefonica che ha una tecnologia più obsoleta e quote di mercato decrescenti. Tim Brasil ha già 21-22 milioni di clienti al suo attivo e ancora davanti a sé grandi prospettive di crescita. In un futuro neanche tanto lontano potrebbe affiancare la Tim in termini di produzione di flussi di cassa. La strategia Tronchetti-Rossi prevede invece la sua vendita con l’obbiettivo di abbattere il debito di altri 5 miliardi di euro e creando così lo spazio per il dividendo del prossimo anno. Ma è questo che vuole l’altro 80% degli azionisti? Se Tim Brasil non fosse venduta si dovrebbe sacrificare il flusso dei dividendi (oggi pari al 90% dell’utile per permettere a Olimpia di incassare i 300 milioni di euro all’anno) o una parte degli investimenti ma tra qualche anno tutto potrebbe essere compensato dai promettenti utili brasiliani. Quando arriverà il momento di vendere Tim si ripresenterà lo stesso problema. L’authority italiana non permette alla Telecom di sviluppare la convergenza secondo i piani previsti dalla società. Il mobile da solo è destinato a morire e dunque è meglio venderlo prima che perda gran parte del suo valore. La spagnola Telefonica e la tedesca Deutsche Telecom, invece, possono comprare Tim perché le autorithy di quei paesi sono più concilianti. Queste sono le motivazioni addotte da Tronchetti Provera e che Rossi dovrà portare avanti. Ma qualcuno si chiederà se aspettando qualche tempo in più anche l’authority italiana possa adeguarsi all’orientamento della Ue e permettere un maggior sviluppo della convergenza anche in Italia. Purtroppo la Telecom con l’attuale struttura azionaria non può attendere oltre poiché lasciando il titolo in balia dell’incertezza c’è il fondato rischio che possa continuare a scendere fin sotto i 2 euro. A 1,8 euro scatta l’allarme rosso per i titoli Olimpia in garanzia presso le banche. Ancora una volta, a pesare sulla strategia futura, sono i vincoli dell’azionista di riferimento che però possiede solo il 18% del capitale. L’altro 80%, cioè il mercato, potrebbe essere interessato a una strategia diversa, magari anche a un’ulteriore discesa del titolo in vista di una ripresa successiva. Rossi e i 10 consiglieri indipendenti terranno in considerazione anche quell’80% di azionisti o in Telecom si continuerà a fare l’interesse esclusivo dell’azionista di riferimento? Si vedrà. Intanto, in vista degli appuntamenti cruciali, si deve pensare anche alla gestione quotidiana con il management guidato da Riccardo Ruggiero che dovrà confermare o meno i risultati annunciati al mercato. Il fatto che l’utile semestrale sia sceso del 15% ha insospettito gli analisti: alcuni di loro temono che sotto il polverone del cambio di strategia sia celato un andamento del business peggiore del previsto.
Giovanni Pons

Giovanni Pons

Giovanni Pons lavora alla redazione milanese de ‟la Repubblica” come caposervizio dell'economia. Ha esordito a ‟Milano Finanza” e ha scritto successivamente per altri periodici specializzati: ‟Investire”, ‟Borsa & Finanza” e ‟Gente Money”. Ha seguito i principali eventi finanziari di questi anni: dalle lotte di potere per il controllo di Mediobanca ai riassetti del sistema bancario. È coautore con Oddo de L'affare Telecom.

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