Se la libertà di opinione e di parola è davvero uno dei princìpi fondamentali sui quali si regge la baracca della nostra democrazia, allora siamo seriamente nei pasticci. Ho letto, sull’incidente tra Ratzinger e l’Islam, quasi tutto il leggibile, ma al netto di ogni distinguo su cautela e incautela, su tattiche e strategie del dialogo interreligioso, la questione della libertà di parola rimane: grossa come una casa, pesante come un macigno. Detesto i giudizi all’ingrosso sui musulmani come su qualunque altra espressione della cultura umana, ma non riesco a capire come sia possibile immaginare un futuro che escluda l’Islam dal novero delle culture criticabili.
Questo – non altri – è il punto dolente, il nocciolo infocato della questione. È importante non offendere, è importante conoscere, è importante capire, ma se il margine della possibilità di critica e di discussione è così esiguo che si rischia ad ogni passo di urtare una suscettibilità fondata sull’indiscutibilità del Libro, il rischio è ammutolire per paura o – ed è forse peggio – per convenienza. Bisognerà porsi seriamente il problema, cercare delle soluzioni, prendere delle decisioni. E soprattutto non illudersi che le scuse di oggi, o le retromarce di dopodomani, servano a sciogliere un nodo che, in certi momenti, stringe alla gola.

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