Sappiamo tutti che la possibilità di un attentato jihadista a Roma, come in ogni altro luogo del mondo, è reale. Sarebbe bene, però, che le minacce di altro calibro, tipo "conquisteremo Roma", o "l’Islam dominerà il mondo", non fossero prese proprio alla lettera, e pubblicate a caratteri cubitali sui più autorevoli quotidiani: se non per constatarne la ridicola tracotanza. Allo stesso modo, quando le Brigate Rosse annunciavano l’imminente crollo del capitalismo e la presa del potere del proletariato in armi, non c’era persona sensata che prendesse sul serio l’ipotesi. Lunga e dolorosa fu la scia di sangue, ma la portata politica del terrorismo rosso rimase sempre quella che era: il folle azzardo di una psicopatologia ideologica di stretta minoranza.
Poiché lo scontro con il fanatismo islamista è soprattutto mediatico, come ben sanno anche i capi di Al Qaeda, occorrerebbe saper distinguere tra i proclami tonitruanti e il pericolo reale. Che è grande, ma non tale da far sospettare una Roma ridotta in catene dall’Islam. Il peggio del repertorio verbale di Al Qaeda può tranquillamente trovare posto nelle pagine interne. Tanto per cominciare, noi minacciati per primi, a fornire una corretta classificazione delle minacce in corso. Altrimenti, ogni urlaccio su internet rischia di diventare un fantasma invincibile.

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