Se Giorgio Armani - persona della quale non sono note tendenze autoritarie, anzi - sbotta contro i graffitari di Milano, al punto di volerli "mandare tutti in galera", forse significa che il troppo effettivamente è troppo. A Milano è okkupato da scritte e pitture, molto spesso racchie oltremisura, il cento per cento dei muri: record mondiale. A fronte del famoso diritto di esprimersi di una vivace minoranza giovanile, ci sarebbe poi il diritto degli altri a non subire impotenti una tracotanza creativa che adopera le cose pubbliche come fossero sue. E comunque la si pensi, poche cose sono diseducative e incivili (e di destra) come l’uso e l’abuso privato di ciò che appartiene a tutti.
Questioni di principio a parte, il graffitismo patisce, ai massimi livelli, la questione più dura e grave della società di massa, e cioè la quasi totale mancanza di selezione in base al merito. Chiunque, anche i più bolsi imitatori e i più stracchi imbrattatori, ha la facoltà di obbligarci a osservare le sue opere, magari sacrificando l’opera (rara) di quello più bravo. Con gli anni che passano, mi sono accorto che il tempo è poco. Qualcuno, per favore, magari i writers stessi, proceda a una drastica decimazione artistica. Uno su dieci o uno su cento è all’altezza del nostro sguardo. Per gli altri, ci spiace ma non abbiamo tempo da sprecare. Fare l’artista non è obbligatorio. Fare lo spettatore, nemmeno.

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