Con il tramonto delle ideologie, si era creduto in una rivincita del pragmatismo: sarebbero stati i fatti a contare, i risultati concreti a pesare. Se davvero così fosse, l’intervento militare in Iraq sarebbe considerato, all’unanimità, una catastrofe indiscussa, e di portata mondiale. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite (che ha avuto, sulla stampa italiana, un assai modesto rilievo) i morti ammazzati sono decine di migliaia, la carneficina quotidiana fa impallidire il regime di Saddam, la tortura è prassi costante di una guerra tribale e religiosa di assoluta efferatezza. è quanto dovrebbe bastare ad ammettere l’errore madornale, a riconoscere che l’insicurezza globale è aumentata e, soprattutto, che le condizioni di vita degli iracheni, soprattutto a Bagdad, sono atrocemente precarie. Non è così. E se non è così, se nessuno dei fautori di quel nefasto intervento ha l’onestà e l’umiltà di ammettere il tragico errore, significa che non è affatto vero che il pragmatismo ha scalzato le ideologie. Solo un punto di vista spietatamente ideologico può giustificare il massacro quotidiano degli iracheni.

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