Il lungo addio comincia con un groppo alla gola. E’ commosso Tony Blair, occhi lucidi e voce tremante. E’ emozionata la platea, che lo interrompe cinquanta volte applaudendolo e gli riserva un’ovazione finale lunga sette minuti. Persino i suoi critici, oppositori interni e giornalisti impietosi, rimangono a bocca aperta: ‟Un discorso superbo, perfetto, da grande maestro”, commenta a caldo James Blitz, corrispondente da Downing Street del Financial Times. Dopo tredici congressi come leader del New Labour, dieci dei quali come primo ministro, Blair se ne va con un’orazione magistrale, primo passo verso le dimissioni preannunciate entro un anno, verosimilmente intorno al maggio prossimo, e già nei corridoi dell’aula di Manchester i delegati laburisti riconoscono: ‟Ci mancherà”. Ammissione che contiene qualcosa di tragico, perché sono loro, in fondo, ad averlo pugnalato, sono loro a cacciare via il leader più abile e di maggiore successo che questo partito abbia mai avuto, con la consapevolezza che sarà difficile, per non dire impossibile, trovarne un altro così. E allora, si chiede d’un tratto attonito il popolo del Labour mentre compie il regicidio, perché lo abbiamo cacciato? La risposta è che forse, come in certi amori difficili, Tony Blair potrebbe avere conquistato il genuino affetto e la riconoscenza del proprio partito soltanto adesso, nel momento in cui esce di scena.
Il premier cattura l’uditorio da subito, archiviando con una battuta geniale la polemica innescata dalla gaffe del giorno precedente di sua moglie Cherie. Davanti a un reporter, la "first lady" aveva definito ‟balle” gli elogi sperticati che Gordon Brown, ministro delle Finanze e candidato alla premiership, stava riservando a Blair nel suo discorso. Un epiteto che ieri occupava tutte le prime pagine dei giornali, dal Times (‟Brown fa la pace con uno solo dei Blair”) al Sun (con un gioco di parole su Cherie che finisce ‟nella roba di Brown”, traducibile anche come ‟roba marrone”, e non è difficile capire di che ‟roba” si tratti). ‟Almeno non dovrò preoccuparmi che mia moglie scappi con il vicino di casa”, ironizza Blair dal podio, allusione al fatto che lui sta al 10 e Brown all’11 di Downing Street: come dire che, se davvero Cherie detesta Brown, non ci sono da temere infedeltà coniugali con lui. Viene giù la platea dalla risate. Incidente chiuso (almeno per ora).
Il resto è un crescendo. ‟L’unica eredità che voglio lasciare è una quarta vittoria consecutiva laburista alle urne. E non voglio essere ricordato come il laburista che ha vinto tre volte, voglio essere ricordato come il primo laburista che ha vinto tre volte”: l’augurio, cioè, che il tris riesca anche ai suoi successori.
‟Dicono che odio il partito e le sue tradizioni”, continua a proposito delle analisi che lo hanno descritto come un conservatore infiltratosi nel Labour, ‟non è vero, io amo questo partito. C’è una sua sola tradizione che odio: perdere”. Loda Brown, senza però designarlo come erede: ‟Senza Gordon, il New Labour non sarebbe nato, non avremmo vinto tre volte, è un uomo straordinario”, ma la questione della successione resta aperta.
Per concludere: ‟Non si può andare avanti per sempre. E’ dura lasciare, ma è bene farlo, per il partito e per il paese. Io sarò sempre con voi, con la mente e con il cuore. Voglio che vinciate ancora. Ora siete voi il futuro. Usatelo al meglio”. Risultato: un groppo alla gola collettivo, mentre in aula parte la musica e scorrono sullo schermo le immagini di un decennio di ‟blairismo”.
Nel suo discorso ci sono anche tanti ‟consigli” su come affrontare i problemi di domani, terrorismo e cambiamento climatico, rapporti con America ed Europa, aspirazioni della ‟generazione Google”; e la ferma convinzione che la formula del ‟progressismo modernizzatore” resti la soluzione migliore per le sfide del nostro tempo. Da stamane, Tony Blair comincia ad appartenere al passato. Ma non lo dimenticheremo.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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