Sono andati davanti all'abitazione del ministro per gli affari sociali, nel centro di Jakarta, e hanno scaricato un ‟promemoria”: circa 700 chili di fango, una fanghiglia grigio scuro-nerastra e dal profumo non piacevole. Un gruppo di attivisti di Greenpeace Indonesia ha voluto così attirare l'attenzione su come il governo sta maneggiando il più grave disastro ambientale/sociale del momento. Si tratta dell'eruzione di fango cominciata il 29 maggio scorso da un pozzo di prospezioni di gas naturale in un distretto di Java orientale, non lontano da Surabaya, la seconda metropoli indonesiana. Il fango, caldo e maleodorante, esce come fosse lava al ritmo di circa 50mila metricubi al giorno, lento e inesorabile; ha già sommerso quattro villaggi e inondato altri due, costringendo finora 11mila persone a sfollare. Ma il fango continua a uscire, gli argini costruiti finora per contenerlo sono un palliativo insufficente, e soprattutto nessuno ha trovato il modo di mettere fine all'eruzione: così l'emergenza continua, anzi si aggrava.
‟È stato un gesto simbolico”, ha detto ieri ai giornalisti Emmy Hafild, la direttrice di Greenpeace in Asia sud-orientale, a proposito del fango depositato a casa del ministro: ‟È vergognoso che prenda le distanze dal disatro”. Già: il ministro degli affari sociali indonesiano Aburizal Bakrie è proprietario di una quota di controllo della Lapindo Brantas, l'azienda che sta conducendo le preforazioni nei pozzi di gas dove tutto è cominciato. (Per la precisione, Lapindo è controllata dalla PT Energi Mega Persada, azienda quotata alla borsa di Jakarta che a sua volta è controllata dal gruppo Bakrie, cioè dalla famiglia del ministro. Un'altra azienda controllata dal gruppo Bakrie, PT Bumi Respurces Tbk, che si occupa di attività minerarie, ha intenzione di comporare un'altra quota di Lapindo, informavano ieri le agenzie). La Lapindo nega che l'eruzione di fango sia dovuta alle sue perforazioni. È vero che sulle cause dello spaventoso fenomeno ci sono diverse ipotesi, e nessuna conclusiva: sembra che tutto sia cominciato con una spaccatura in profondità (1.800 metri) in un pozzo, il Banjar Panji-1, aprendo la strada a quella massa di fango, gas e acqua bollente che stava sotto pressione. Il punto è che chiudere i canali da cui esce quella massa fangosa finora è stato impossibile e lunedì un gruppo di geologi dell'Università di Oslo, chiamati a valutare le cose, ha fatto dichiarazioni allarmanti: è impossibile per il momento dire quanto di quella massa sia ancora in profondità e prevedere quando si fermerà. ‟Difficile dire quando la pressione si sarà scaricata. potrebbe essere un anno, o 10 o 100. Ma chiuderlo sarà molto, molto difficile”, ha detto il geologo che guida la delegazione, Adriano Mazzini, che ha parlato di ‟conseguenze catastrofiche”.
È così che quello che era cominciato come un disastro locale è diventato una questione nazionale. L'8 settembre il governo centrale ha preso la responsabilità delle operazioni d'emergenza - gesto saggio, dicono i commentatori politici, perché quel disastro ambientale potrebbe rivelarsi anche un disastro politico per il suo governo. Proprio ieri, al termine di una riunione del governo dedicata al disastro (c'era anche il ministro Bakrie) il presidente della repubblica Susilo Bambang Yudhoyono ha dichiarato un altro distretto (Porong) zona di ‟disastro” e ha ordinato di evacuare e risistemare la popolazione di un altro dei distretti che circondano il pozzo di gas, il distretto di Porong - altre 2.983 famiglie a cui dare un'altra casa, lavoro e risarcimenti, ha annunciato il ministro dei Lavori pubblici Djoko Kirmanto. Ha aggiunto che il fango sarà presto incanalato verso il fiume Porong, che costeggia la zona dei pozzi, e scaricato in mare - anche se la cosa suscita non poche preoccupazioni di ordine ambientale. Saranno spostate anche le infrastrutture che attraversano la zona invasa dal fango: la linea ferroviaria costiera, un'autostrada a pedaggio e un gasdotto.
Il governo ha fatto sapere che il costo di risistemare persone e infrastrutture sarà sostenuto dalla Lapindo Brantas (quanto? il capo del ‟Team nazionale per la mitigazione del disastro del fango” ha dichiarato che Lapindo ha allocato 1,7 trilioni di rupiah, pari a circa 162 milioni di dollari, per affittare alloggi per gli sfollati e provvedere a incanalare il fango verso il mare). Secondo Greenpeace scaricare il fango in mare è necessario, anche se c'è il rischio che inquini l'oceano. Dice Emmy Hafild: ‟Non abbiamo una soluzione. Siamo un gruppo ambientalista ma al momento la priorità deve essere evacuare le persone che vivono nell'immediata vicinanza dell'eruzione di fango”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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