‟Nel novembre del '45 arrivai a Norimberga munito di una lettera di accredito del direttore di Radio Berlino e di una del vicecomandante russo Sokolowski. Avevo 22 anni, ero appena tornato in Germania da Mosca, dove la mia famiglia era emigrata durante il nazismo, e avevo cominciato da poco a lavorare per quella radio, che era una delle principali emittenti tedesche”. Markus Wolf detto Misha, ex generale di corpo d’armata e capo dei servizi di spionaggio della Germania Est, che per l’Occidente era stato "l’uomo senza volto" fino al 1978 (non rinunciò quel giorno a una passeggiata con un’amica in una strada alla moda di Stoccolma e fu fotografato) seguì il processo di Norimberga come giornalista. Esattamente come una delle sue vittime più illustri, il cancelliere della Germania Ovest Willy Brandt (che dovette dimettersi nel 1974 quando il suo più vicino collaboratore, Gunter Guillaume, fu smascherato come spia al servizio di Misha Wolf). ‟Non sono sicuro, forse Willy Brandt lo incrociai, lui era lì in effetti e gli inviati facevano vita collegiale, si mangiava alla mensa, vivevamo tutti insieme nel castello dei Faber-Castell, quelli delle matite, un po’ fuori città. Norimberga era un cumulo di rovine, era difficile trovare da mangiare, da dormire. Io avevo ancora un passaporto russo e così ebbi l’ambitissimo accredito col bollino blu, invece che rosso come quello dei giornalisti tedeschi, che dovevano arrangiarsi”.

Che effetto le fecero gli imputati?
All’inizio Goring aveva assunto qualche posa, come per far vedere che anche a Norimberga era lui il numero uno. Ma l’impressione più forte che avemmo tutti con l’andare dei mesi è che questi uomini, che avevano avuto un grande ruolo nel grande Reich, non fossero in realtà che figure piccole, miserabili, vigliacche. Non uno, nemmeno Goring, che abbia cercato di difendere l’idea del nazionalsocialismo, tutti cercarono solo di salvare se stessi. Il processo si svolse secondo me in modo giuridicamente molto corretto. Furono mostrati i filmati dei Lager. Le luci nell’aula venivano spente e restavano accese solo quelle sul banco degli imputati. Che tutti distoglievano lo sguardo dallo schermo.

Come tedesco, ancorché antifascista, avrebbe preferito che a giudicare i gerarchi nazisti fossero i tedeschi invece di avere un tribunale dei vincitori?
Consideravo il processo assolutamente giusto e necessario. Anche data la mia biografia - i miei genitori lasciarono la Germania nel '33, erano sulla lista nera della Gestapo - volevo che i capi nazisti fossero chiamati a rendere conto.

Anche i tedeschi in generale considerarono legittimo il processo?
I tedeschi allora non volevano sapere né di colpe né di crimini. Per me il processo non solo fu legittimo ma anche dimostrò in modo molto convincente la colpevolezza degli imputati. La pubblica accusa americana era eccellente. Furono portati al processo migliaia di documenti, almeno cinquecento testimoni. Io non fui però d’accordo che alcuni, come Schacht, fossero mandati assolti.

Un’opinione come questa poteva dirla alla radio o c’era la censura?
Il 30 settembre e il 1° ottobre per ordine del comando alleato le sentenze di Norimberga furono trasmesse da tutte le radio tedesche. Mi alternai con gli altri inviati tedeschi dalle zone francese, britannica e americana, a leggere la sentenza; dopodiché ognuno di noi poteva fare un breve commento. Io mi espressi contro l’assoluzione di Schacht.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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