Erano migliaia di persone, riferisce l'agenzia Reuter: abitanti colline che circondano Larjigarh, zona remota dell'India centro-orientale, stato di Orissa, circa 600 chilometri sud-ovest della capitale Bhubaneswar. Erano per lo più indigeni, ‟tribali” come si usa definirli in India (o adivasi, letteralmente ‟abitanti originari”): ieri hanno marciato fino al sito dove è in costruzione una raffineria di allumina, appunto a Larjigarh; con loro c'erano gli attivisti di alcuni gruppi ambientali. Protestano contro quella raffineria e soprattutto contro il progetto di aprire una miniera di bauxite nelle vicinanze. Raffineria e miniera sono progetti di Vedanta Resources, compagnia mineraria britannica (è una delle ‟top 100” quotate alla Borsa di Londra) che sta investendo molto in India; solo in quella raffineria ha messo 874 milioni di dollari (vedi terraterra, 3 agosto).
I manifestanti, vestiti con i loro abiti tradizionali e ‟armati” di archi e frecce, portavano cartelli con scritte come ‟Vedanta go back”, e le effigi di alcuni ministri dello stato dell'Orissa (che poi hanno bruciato). Hanno bloccato brevemente la strada nazionale che traversa la zona. ‟Moriremo piuttosto che abbandonare le nostre case”, ha detto (alla Reuter) Kumuti Majhi, portavoce della comunità tribale. ‟Le colline sono divine per noi, ci forniscono cibo e acqua”, ha detto un altro manifestante, Suna Majhi.
Non è la prima protesta su quelle colline tanto remote quanto ricche di minerali. La Vedanta ha firmato il primo accordo con lo stato dell'Orissa nel 2004 per espandere una raffineria di alumina a Larjigarh (ne progetta poi un'altra, un investimento da 2,1 miliardi di dollari). Ha anche chiesto di estrarre bauxite (la materia prima) dalle vicine colline di Niyamgiri, e il governo dell'Orissa ha dato parere favorevole. Ma quelle colline, che il governo considera un territorio pieno di risorse da ‟sviluppare”, sono anche ‟piene” di una popolazione locale - i Dongaria Kondh, una delle popolazioni native tra le meno integrate (tra le più ‟primitive”, dicono le cronache locali), e nei progetti non c'è molto per loro. Negli ultimi due anni questa popolazione locale si è mobilitata in frequenti proteste (che hanno spesso fermato i lavori di costruzione della raffineria). Gruppi ambientalisti hanno sottolineato gli effetti negativi di una miniera, sia sul piano ecologico sia sociale, e hanno avviato azioni legali: le attività minerarie su quelle colline, dicono, costringerebbero migliaia di abitanti ad andarsene e distruggerebbe l'ecosistema della regione. Due mesi fa alcuni attivisti sociali di quella zona erano anche andati a Londra, per intervenire all'assemblea degli azionisti di Vedanta: i progetti della compagnia in Orissa, dicevano, ‟provocano numerosi problemi ambientali e di diritti umani, e la compagnia finora non li ha affrontati” (ne aveva riferito il quotidiano britannico The Guardian). In effetti la Vedanta afferma di aver offerto alloggi, scuole e posti di lavoro alle comunità sfollare per fare spazio agli impianti della raffineria, ma gli attivisti sociali scesi in campo per difendere la causa della popolazione locale, ribattono che i pochi risarcimenti offerti hanno lasciato aperti numerosi problemi. Anche perché quando una popolazione perde le fonti di sussistenza e il sistema di relazioni sociali di cui vive, non basta proporre qualche alloggio ai margini di stabilimenti e aree urbane per ‟risarcire” la perdita. Così le proteste continuano - soprattutto per impedire che dopo la raffineria arrivi la miniera.
Cosa ribatte l'azienda mineraria? Ieri un portavoce, signor Sanjay Pattnaik, ha detto alla Reuter che Vedanta conta di aprire la raffineria entro dicembre; proteste e cause legali hanno rallentato i lavori ma ora sono al 90% completati. Quanto alla miniera, ‟l'autorizzazione per la miniera non ci impedirà di andare avanti”, ha aggiunto: se non potranno estrarre in loco la bauxite, andranno a prenderla in altre zone. Ma certo, costruire una raffineria in una zona remota come Larjigarh aveva senso, dal punto di vista aziendale, perché la fonte della materia prima era proprio là: così c'è da attendersi che la compagnia mineraria tornerà a premere per aprire quella miniera.
I funzionari governativi locali si dicono convinti che poco a poco le proteste smetteranno, quando la popolazione locale sarà risistemata altrove e si renderà conto dei vantaggi dello sviluppo industriale. Ma è proprio quello il punto: la raffineria si è tradotta per ora solo in case e terre requisite in cambio di quasi nulla - i ‟vantaggi dello sviluppo industriale” hanno escluso proprio la popolazione locale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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