Una nube di polvere staziona in permanenza sul centro del villaggio. Ovunque bulldozer, camion carichi di macerie, minibus di muratori, materiale da costruzione agli angoli delle strade. Meno di due mesi fa a Bint Jebel trionfava la distruzione della battaglia. Oggi è un gigantesco cantiere a cielo aperto in piena attività. Neppure i ritmi generalmente pigri del Ramadan riescono a frenare la corsa alla ricostruzione. ‟La prima sfida è quella di riuscire ad aprire le scuole nel rispetto della data fissata dal governo, il 16 di ottobre. E ci riusciremo. Certo non per tutte le cinque pubbliche e le due private che erano attive a Bint Jebel prima della guerra. Ma almeno tre funzioneranno e accoglieranno gli alunni delle altre quattro. Se necessario faremo anche turni serali. Nessuno resterà fuori dalle classi”, dice con piglio deciso il sindaco, Mohammad Hassaileh, un 36enne ben noto per la sua militanza tra le fila dell’Hezbollah (è stato chiuso 36 mesi nel terribile carcere di El Khiam negli anni Novanta, quando Israele e le sue milizie mercenarie controllava il Libano meridionale). Attivo fuori, anche se ferito dentro, a 52 giorni dal cessate il fuoco del 14 agosto il Libano meridionale dimostra una vitalità e una capacità di reazione fuori dal comune. Certo restano grandi problemi. ‟I più toccati sono i bambini. Ci vorranno anni per valutare le conseguenze dell’ondata di violenze e bombardamenti di questa estate. È vero che questa zona di frontiera con Israele dimostra di essere abituata alla guerra. Qui di fatto da circa tre decenni la logica del confronto armato ha fatto dimenticare alla popolazione cosa significhi vivere in pace. Però per i più piccoli la paura vissuta tra luglio e agosto diventa un’esperienza che rischia di condizionare per sempre la loro esistenza di adulti”, sostiene Tove Myhrman, responsabile regionale di origine svedese per l’organizzazione non governativa internazionale ‟Save the Children”. Eppure, il dato più evidente che emerge visitando questo che è stato uno dei villaggi più colpiti dalla battaglia è che in effetti l’‟emergenza Libano” appare superata dalla capacità di mobilitazione dei suoi abitanti, assieme al fiume di aiuti che arriva abbondante dai Paesi della regione. Primo tra tutti: il Qatar. Nelle ultime settimane i suoi milioni di dollari hanno fatto girare al massimo il meccanismo della ricostruzione. Nei quattro villaggi dove più intensa è stata la battaglia - Bint Jebel, Aita Ash Shaab, Ainata, Khiam - gli amministratori locali valutano che le casse del Qatar potrebbero giungere a versare oltre due miliardi di dollari in poche settimane. Al quartier generale dell’Unifil di Nakura stimano che la cifra non supererà in effetti il miliardo di dollari. ‟Comunque una enormità. Una somma molto più alta di quella messa a disposizione dell’Hezbollah dagli ayatollah di Teheran. In questo modo il Qatar, che mantiene anche ottimi rapporti con Stati Uniti e Israele, si rilancia come mediatore centrale del processo di pace in Medio Oriente”, commentano i portavoce locali dei Caschi blu. Vedere per credere. Tra le strade trafficate di Aita Ash Shaab le bandiere rosse e bianche del Qatar stanno prendendo il posto di quelle gialle dell’Hezbollah. Un segno di debolezza da parte di quella stessa organizzazione che pure dal 14 di agosto proclama la sua ‟vittoria” ai quattro venti? ‟Debolezza ancora no. Ma gli ottimismi dei primi giorni stanno lasciando il posto a una grande incertezza. L’Hezbollah ha pagato larga parte dei 10.000 dollari promessi come prima rata per gli affitti delle abitazioni alternative per ciascuna delle circa 10.000 famiglie che hanno avuto le case completamente distrutte. Altre 16.000 sono seriamente danneggiate. Però adesso non è ben chiaro chi pagherà il resto. Certo lo Stato libanese non sta facendo nulla. Ben venga dunque il Qatar”, spiega Mohammad Khassem, preside della scuola secondaria locale. E c’è un’altra fonte di aiuto, ben nota tra i libanesi ma spesso ignorata all’estero. Tradizionalmente sin dai primi anni del Novecento centinaia di migliaia di sciiti sono emigrati dal Libano meridionale per andare a lavorare all’estero, specie in Australia, Africa, Canada e Stati Uniti. Oggi il flusso dei loro contributi finanziari alle famiglie rimaste nei villaggi di origine si dimostra più ricco che mai. Ma non si tratta solo di ricostruire le linee elettriche, la rete fognaria, rifare i ponti, gli ospedali, le scuole, le abitazioni private. La società libanese dimostra di avere in sé la forza e la capacità per occuparsi in larga parte anche della propria gente. Le grandi organizzazioni non governative internazionali, a partire da ‟Save the Children” e ‟Oxfam”, privilegiano in effetti la cooperazione con le associazioni caritative e ricreative locali che non l’invio di propri funzionari stranieri coinvolti nei progetti umanitari in prima persona come avviene invece in Darfur o Afghanistan. ‟In larga parte il nostro è un lavoro di cooperazione alla formazione degli operatori umanitari libanesi già sul campo. Qui c’è stata una qualche emergenza umanitaria durante la guerra. Ora non più”, conferma ancora Tove Myhrman. Particolarmente apprezzati a sud del Litani sono i corsi tra i bambini delle scuole elementari che insegnano loro a riconoscere le bombe inesplose, le cosiddette ‟clusters bombs” tirate da Israele specie negli ultimi tre giorni del conflitto. ‟Però una volta individuati i luoghi delle bombe non viene nessuno a disinnescarle. L’esercito libanese è privo di equipaggiamento e artificieri addestrati. L’Unifil ancora non sembra pienamente operativa”, dice Hussein Allawieh, preside della scuola secondarie di Bint Jebel. Tuttavia per il momento la credibilità del contingente internazionale resta alta. L’Hezbollah è troppo impegnato a trasformare i suoi successi militari in guadagni politici, non ha alcun interesse a rilanciare lo scontro con Israele ne tanto meno con l’Unifil. E la popolazione spera di trarre forti benefici economici dalla presenza dei 15.000 Caschi blu previsti dalla risoluzione Onu 1701. Come? Replicano a Nakura: ‟L’anno scorso, con meno di 2.000 soldati sul campo, l’Unifil ha speso in Libano 37 milioni di dollari. Tutti soldi che alimentano l’economia locale. Ora si calcola che quella cifra potrebbe salire a oltre 750 milioni di dollari”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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