Più si precisano i contenuti della legge Finanziaria proposta dal governo Prodi, più evidente ne risulta l'insostenibilità. E non si tratta di aspetti marginali, correggibili con piccoli aggiustamenti: in questione è l'impianto complessivo della manovra, l'impianto ‟culturale” prima ancora che politico. Un certo consenso trasversale, dalla Confindustria al sindacato, rivela come le misure previste rischino in realtà di scontentare tutti, salvo quelle che potremmo definire come le ‟grandi corporazioni fordiste”. Ma le rappresentanze della grande impresa e del lavoro dipendente tradizionale oggi, in una società che negli ultimi trent'anni si è profondamente trasformata, non possono certo incarnare il vero ‟interesse generale”. Chi ha pensato questa Finanziaria ha invece combinato a una matrice culturale propria della tradizione socialdemocratica, l'eco di improponibili illusioni keynesiane e lo stile dirigista delle alte burocrazie di Bruxelles, che non a caso sono state in questi anni i peggiori nemici della costruzione di un comune spazio politico e sociale europeo.
Big work, big business, big parties: sembra essere questa l'unica anacronistica e infelice idea di sviluppo che anima la manovra (altro che ‟decrescita felice”!): basti pensare alle briciole riservate al finanziamento dell'Università e della ricerca scientifica, con cui ci si rassegna al declino culturale e produttivo e si avviano decine di migliaia di giovani ricercatori a un'esistenza precaria. Basti pensare a come, di fronte alle tante emergenze ecologiche, manchi una vera svolta delle politiche energetiche verso le fonti pulite e rinnovabili, manchi un corposo programma di misure antinquinamento e ad incentivo di una mobilità sostenibile, e risultino del tutto inadeguati i primi stanziamenti per la tutela dell'assetto idrogeologico. Eppure le risorse per grandi opere devastanti e rifiutate dalle comunità locali, per quanto ridimensionate rispetto al ‟libro dei sogni” berlusconiano, sono state trovate: dalle nostre parti, ad esempio, a fronte di cinque milioni di euro destinati all'insieme degli interventi di salvaguardia fisica e socioeconomica di Venezia, il governo ha stanziato quasi cinquecento milioni di euro per la prosecuzione dei cantieri del Mo.S.E., negando implicitamente la volontà di discutere e verificare le alternative a questo disastroso baraccone, come richiesto dallo stesso comune di Venezia.
Ma due ulteriori aspetti risultano molto criticii. Innanzitutto l'attacco pesantissimo portato ai comuni. Non si tratta solo del drastico taglio di risorse ad amministrazioni che oggi assicurano oltre il settanta per cento delle prestazioni di welfare. E' in questione un'articolazione federalista tra differenti livelli di governo, in particolare gli spazi di autonomia e autogoverno della dimensione locale e municipale, in cui spesso sono state sperimentate politiche innovative e partecipate. In secondo luogo, se guardiamo agli aspetti fiscali e previdenziali della manovra, a risultare penalizzate dai meccanismi di redistribuzione (mentre al lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, arrivano benefici poco più che simbolici), sono le nuove figure sociali emerse in questi anni dalla grande metamorfosi dell'organizzazione sociale del lavoro: quelle del lavoro intermittente e precario, del lavoro autonomo e delle nuove professioni, della microimpresa innovativa o contoterzista che sia. Per queste figure la pressione fiscale e contributiva viene appesantita, senza che siano previste contropartite in termini di nuovi istituti di welfare, di riprogettazione di una rete di protezione sociale adeguata ai tempi.
Il peso di questa manovra si avverte forse maggiormente in quelle aree dove più profondi sono stati i processi di trasformazione produttiva e sociale, ad esempio nell'originale ‟metropoli diffusa veneta”. Siamo però convinti che i tratti salienti di questa Finanziaria colpiscano più in generale alcuni tra gli impegni programmatici che sostanziavano la coalizione di centrosinistra: l'ispirazione federalista e il ruolo dell'autogoverno locale, la necessità di una svolta nelle politiche ambientali, il superamento della logica delle ‟grandi opere” e della Legge Obiettivo, un nuovo welfare fondato su nuovi diritti finalmente adeguati alle forme contemporanee del lavoro e della cittadinanza. Su tutti questi nodi la discussione deve riaprirsi, subito. Così com'è questa Finanziaria è inaccettabile.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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