Non ha un valore di mercato, non si può quotare in Borsa, non è facilmente misurabile e non si sa nemmeno quanto ce ne sia in giro: eppure viene considerato il prodotto più conteso e più prezioso del pianeta. Si tratta del talento, ovvero del "brainpower", del cervello, della capacità intellettuale, insomma del bene che a giudizio di economisti e analisti finanziari è destinato a fare la differenza in un mondo globalizzato. Conterà, concordano in molti, più delle risorse energetiche, più dell’industria manifatturiera, più dello sviluppo tecnologico; e procurarselo, strappandolo ad altre aziende o ad altri paesi, diventerà una lotta di cruciale importanza. Winston Churchill lo prevedeva già sessant’anni or sono: "Gli imperi del futuro saranno imperi della mente". Oggi dovrebbe essere evidente a tutti che, per primeggiare nell’high-tech, nella finanza, nel business, nella pubblica amministrazione, bisogna intensificare la "caccia al talento". E’l’Economist, bibbia del liberalismo capitalista, a richiamare l’attenzione sul fenomeno con la copertina e un inserto di venti pagine nel suo ultimo numero, segnalando che, accanto alle vecchie battaglie per le risorse "naturali" (petrolio, gas, legname), cresce la battaglia per le risorse "umane": sia perché il "potere del cervello" è il bonus che consente di vincere in un mondo sempre più competitivo; sia perché la richiesta sembra superare l’offerta, non ci sono e non ci saranno abbastanza talenti per tutti. L’invecchiamento della popolazione nei paesi industrializzati e l’imminente pensionamento della generazione dei baby-boomers, i nati negli anni del primo boom economico dopo la seconda guerra mondiale, significano che nei prossimi cinque anni le società e le pubbliche amministrazioni perderanno un gran numero di dirigenti di provata esperienza. Rimpiazzarli si rivela già adesso difficile: un sondaggio della Corporate Executive Board, istituto di ricerca americano, indica che "attirare e conservare talento" è la priorità numero uno delle aziende, che la qualità dei candidati è calata del 10 per cento dal 2004, che i giorni necessari a sostituire un manager sono cresciuti da 37 a 51 nello stesso periodo, che un dirigente su tre riceve offerte per trasferirsi in un’altra compagnia. E allora che fare? Primo, rispondono gli esperti consultati dal settimanale britannico, tenere presente che la "caccia al talento" è una ricerca globale: metà dei Nobel per la fisica americani degli ultimi sette anni sono in realtà degli immigrati, così come oltre metà dei Phd (coloro che hanno un dottorato universitario) che lavorano negli Usa; e un quarto delle società high-tech della Silicon Valley californiana sono fondate da cinesi o indiani. Altri esempi di globalizzazione dei cervelli: la Germania conserva una leadership in campo ingegneristico, l’Italia nel design, la Finlandia nelle comunicazioni senza fili. Secondo, seguire alcune regolette fondamentali: 1) rilassare le leggi sull’immigrazione, incoraggiando in particolare quella qualificata; 2) offrire incentivi salariali, fiscali e altri benefici ai connazionali emigrati all’estero, affinchè tornino a lavorare in patria, insomma fermare o almeno contenere la "fuga dei cervelli"; 3) moltiplicare gli investimenti in "R&D", Research & Development, ossia ricerca e sviluppo; 4) creare università di elite, un’istruzione d’alto livello e una maggiore selettività; 5) infine prestare attenzione alla cosiddetta "pigiama revolution", la rivoluzione tecnologica che permette a gente ordinaria di far circolare autonomamente idee e opinioni, talvolta con enorme ascolto e ottimi risultati. Qualcuno chiama quest’ultimo punto "la vendetta di Karl Marx": infatti i proverbiali mezzi di produzione, sotto forma del computer, sono ora nella mani dei lavoratori. A proposito dei quali, sottolinea l’Economist, il talento da attirare e salvaguardare non è soltanto individuale: esiste anche il talento collettivo, inteso come l’intera forza lavoro di un’azienda (o di una nazione). Sarà per questo che Google non si limita a ricoprire d’oro i suoi top manager, ma offre buffet gratuito, asilo nido sul posto di lavoro, informalità nel vestire e altri benefici a tutti i suoi dipendenti.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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