Il test nucleare annunciato da Pyongyang potrebbe cambiare le coordinate della politica asiatica. Ancor prima, rivela quanto sia illusorio (e ipocrita) l'intero sistema della ‟non proliferazione nucleare”.
Se il test di ieri mattina sarà confermato, la Corea del Nord diventa il nono paese nuclearizzato al mondo e il quarto al di fuori del Trattato di Non Proliferazione, dopo India e Pakistan (che si sono ‟dichiarate” con i test del 1998) e Israele, che non ha mai confermato di avere testate atomiche ma su cui non ci sono dubbi.
Il Tnp e gli altri trattati della non proliferazione nascono dal dibattito internazionale sul disarmo cominciato negli anni '50, quando la memoria delle atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945) era ancora viva, c'era la guerra fredda e l'opinione pubblica mondiale si allarmava per la corsa agli armamenti e i fall-out nucleari. I test allora si facevano nell'atmosfera: oltre 50 esplosioni solo tra il '45 e il '53 . Dopo gli Stati uniti, avevano cominciato a costruire atomiche la Russia (la prima nel '49), la Gran Bretagna ('53), infine Francia e Cina ('64): le potenze vincitrici dalla Seconda guerra, membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Alcune grandi nazioni del Terzo mondo denunciavano la corsa agli armamenti: se n'era fatto portavoce il primo ministro indiano Nehru, che nel 1954 ha chiesto all'Assemblea generale dell'Onu l'eliminazione di tutti i test ed esplosioni (altra epoca: l'anno dopo Nehru sarà, insieme all'indonesiano Sukarno, l'egiziano Nasser e lo yugoslavo Tito, tra i promotori del movimento dei Non allineati). Il primo risultato è arrivato solo nel '63, assai limitato: il Trattato per il bando parziale dei test nucleari vietava esplosioni nell'atmosfera, sottomarine e nello spazio. Non fu firmato da Francia e Cina, ancora in piena fase di sperimentazione. Il passo successivo è stato il Trattato di non proliferazione, aperto alle firme nel 1968 ed entrato in vigore nel '70. Il Tnp (ratificato oggi da 188 paesi) riconosce 5 potenze nucleari legali, quelle che allora possedevano armi atomiche (sempre quelle citate) e si è dato uno strumento di controllo (l'Agenzia internazionale per l'energia atomica con sede a Vienna). Il Tnp non è mai stato firmato dall' India (che dopo i test nucleari cinesi aveva abbandonato la linea nehruviana), né da Pakistan e Israele.
Solo molto più tardi è arrivato il Trattato di messa al bando completa dei test nucleari, Ctbt, che vieta ogni esplosione anche sotterranea: negoziato tra il 1993 e il '96, è stato firmato da 71 stati tra cui le 5 potenze nucleari ufficiali. Non è mai entrato in vigore, però, perché mancano alcune ratifiche indispensabili: tra le altre quelle di Usa, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del nord - tutti nuclearizzati. Il definitivo fallimento del Ctbt è stato sancito nel 2000 quando il Senato degli Stati uniti ha negato la ratifica chiesta dall'amministrazione Clinton (dal '92 Washington osserva una moratoria volontaria: gli Usa ammodernano ormai i loro arsenali con test subcritici, che non richiedono esplosione). Altri paesi hanno avuto così l'alibi morale ad archiviare la pratica, a cominciare da India e Pakistan (che avevano firmato il Ctbt dopo i rispettivi test).
Se il Ctbt è insabbiato, il bilancio del Trattato di non proliferazione è più controverso. Riconosce 5 stati nucleari e oggi ne abbiamo 9: dunque ha fallito. D'altra parte però nessuno stato non-nucleare aderente al Tnp ha costruito armi atomiche mentre era soggetto al regime di ispezioni previsto: la Corea del Nord è uscita del Tnp e sospeso ogni ispezione nel 2003; l'Iran aderisce al Tnp e accetta le ispezioni conseguenti, e finora l'Aiea non ha dimostrare che conduca attività illecite. In questo senso, il Tnp funziona.
Il Trattato però è basato su tre ‟pilastri”: la non proliferazione, il disarmo, e il diritto all'uso pacifico dell'energia nucleare. Con il Tnp le potenze nucleari si impegnano a non passare tecnologia atomica ad altri (la Cina però ha passato know how almeno al Pakistan). Si impegnavano anche a liquidare i loro arsenali atomici, e questo non è avvenuto: le numerose proposte discusse dalle Conferenze per il Disarmo negli ultimi trent'anni sono naufragate, nel 2002 Washington si è ritirata dal Trattato Abm e oggi la parola ‟disarmo” suona naif. Quanto all'uso pacifico dell'energia atomica, in teoria include il diritto a fabbricare il combustibile, cioè uranio arricchito. Ma questo implica tecnologie a ‟doppio uso”, che possono scivolare verso usi bellici: Mohammed el Baradei, direttore dell'Aiea, stima che una quarantina di paesi potrebbero, volendo, passare a programmi di armamenti. Così finisce che il diritto di cui sopra sarà riconosciuto ai ‟buoni”: gli stati che non pretendono di fare da soli, comprano il combustibile dalle nazioni nucleari ufficiali, e comunque sono nella sfera d'influenza di una potenza occidentale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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