Sto per scrivere ancora una volta a proposito della bambina di nazionalità bielorussa Viktoria-Maria. Per farlo devo rispondere alla domanda: se parlo di nuovo di questa storia oscura e dolorosa darò un aiuto a Maria oppure renderò ancora più grave il suo isolamento e il danno che dal suo isolamento potrà venire?
Confesso la mia ansiosa incertezza su questo punto. Ma dovrebbe essere evidente, ormai, che difficilmente si potrà essere più crudeli e più indifferenti di fronte a una bambina di 10 anni che ha subito gravi molestie (al punto di tentare il suicidio). Del suo Paese e dell’orfanotrofio in cui viveva ha trovato il coraggio di parlarne con le persone italiane che l’hanno ospitata, è stata visitata da medici che hanno trovato riscontri fisici e da psicologi (tutti di strutture pubbliche) che hanno verificato lo stato di estrema tensione e di vera paura di ritornare all’orfanotrofio in Bielorussia.
Ma non appena gli adulti italiani che l’avevano ospitata si sono rivolti alle autorità italiane, giudiziarie e amministrative, gli italiani (giudici e governo) hanno subito informato il governo bielorusso. E il governo bielorusso è stato autorizzato a prendere possesso della bambina come se fosse un quadro rubato, e nessuno (nessuno) ha voluto ascoltare la sua storia.
I lettori sanno che - da senatore - ho presentato una interrogazione urgente al governo per sapere come è possibile che un Paese che ha firmato la carta dell’Aja sui diritti civili (che la Bielorussia non ha sottoscritto) e la carta dei diritti dei bambini delle Nazioni Unite, abbia deciso di consegnare una bambina a un governo contro la sua volontà. Una risposta sarà data al Senato nel pomeriggio di giovedì prossimo.
Ma i lettori sanno anche che, in un articolo pubblicato da l’Unità la scorsa settimana, avevo chiesto all’ambasciatore di Bielorussia Alexei Skripko la possibilità di incontrare Maria in Bielorussia.
La richiesta, come penso sia chiaro a tutti, non avrebbe violato in alcun modo regole, accordi o forme dei rapporti internazionali. Una risposta positiva sarebbe stato un gesto amichevole che avrebbe potuto svolgersi con estrema discrezione, avrebbe consentito alla piccola Viktoria-Maria di sapere che, a parte i suoi ‟genitori” (la coppia ospitante dei coniugi Giusto) esistono italiani responsabili che la vogliono ascoltare e si interessano alla sua volontà.
Sarebbe anche stato - da parte del governo bielorusso - un gesto amichevole per dissipare almeno un poco la sinistra impressione dell’improvviso trasporto notturno (un aereo di 136 posti giunto vuoto e partito nel cuore della notte con la bambina a bordo, l’equipaggio, due psicologhe e nessun passeggero) avvenuto prima che la Corte d’Appello di Genova avesse finito di redigere materialmente la propria opinione.
L’ambasciatore di Bielorussia, che gli italiani hanno imparato a conoscere come un uomo deciso a imporre la propria volontà e le richiese non negoziabili del suo governo (e a quanto pare in grado di farsi obbedire dalle autorità italiane al punto da mobilitare polizia e carabinieri per rimuovere la bambina da un pensionato di suore italiano al fine di farla tornare in un ‟internat” bielorusso, un incrocio fra orfanotrofio e riformatorio) ha detto immediatamente e francamente di no.
«Non fino a quando non sarà pronta», parole che - dette dall’ambasciatore di un Paese post-sovietico - mettono i brividi.
Anche l’assicurazione che «Viktoria-Maria sta al momento affrontando un periodo di riabilitazione» mette i brividi. Una terapia detta ‟riabilitazione” si conosce in certe malattie fisiche.
Nessun esperto di psicologia, psichiatria, turbe e disturbi psichici di adulti e bambini ha saputo dirmi in che cosa consista una ‟riabilitazione” mentale. L’ambasciatore però ha voluto aggiungere che anche alla Croce Rossa è stato detto di no.
Ho così appreso che - come si fa con gli ostaggi e i prigionieri di guerra - la Croce Rossa internazionale ha chiesto di veder la bambina Viktoria-Maria, forzosamente riportata dall’Italia in un orfanotrofio bielorusso dopo che erano state denunciate in Italia violazioni della sua persona, violazioni avvenute non in Italia ma in un orfanotrofio bielorusso.
Segnalo la notizia sperando di smuovere il silenzio della maggior parte dei giornali italiani sulla grave negazione dei diritti di una bambina (il cui racconto ha trovato non solo riscontri fisici di medici delle Asl ma anche nel racconto dei altri bambini ospitati in luoghi e presso famiglie diverse e non in contatto fra loro) aggravato adesso dal fatto che al più neutrale degli enti - la Croce Rossa - è stata negata una visita che non si nega nei campi di prigionia.
L’ambasciatore è un uomo gentile, nei modi e nella misura della normale attività diplomatica. Ma due cose non nasconde: la ragione di Stato e non i diritti di una bambina sono la spiegazione del suo modo di agire (qui devo dare atto a Bruno Vespa, in un suo «Porta a Porta» della scorsa settimana, di avere con chiarezza illustrato sia la storia di Viktoria-Maria che il personaggio ambasciatore).
E inoltre ha, comprensibilmente, il tono del vincitore. Violenza o non violenza su una bambina in un ‟internat” bielorusso, in Italia si fa come dice lui. Si sequestra la piccola che denuncia, si ignora la sua volontà, si evita che possa dirla, e si trasporta lontano, di notte, affinché non si veda mai più.
Ieri ha parlato il presidente bielorusso Lukashenko, e ha detto di dubitare che la bambina abbia mai voluto rimanere in Italia. Anzi, suggerisce, che lei non voleva. Lui lo può dire. Chi ascolterà mai più la voce vera della bambina?
Ci dicono per tranquillizzarci che sul posto ci sono due psicologhe italiane. Bene. Perché non parlano? Un loro messaggio di spiegazione chiaro e inequivoco verso l’Italia (e che ovviamente non coinvolgerebbe la bambina) direbbe alla opinione pubblica italiana umiliata e offesa che cosa è accaduto davvero, che cosa sta accadendo e - soprattutto - come spiegarlo.
Ma anche il loro silenzio è di pietra. È parte del muro che, d’ora in poi, sequestra Viktoria-Maria e la sua vita. Se noi staremo zitti, per sempre.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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