La condanna è unanime, di fronte al test nucleare annunciato lunedì dalla Corea del Nord: ma su come rispondere, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite si mostra diviso.
Sanzioni, certo: anche la Cina, l'unico paese che si possa dire vicino a Pyongyang, ieri ha detto che qualche ‟azione punitiva” è necessaria. L'ambasciatore cinese presso l'Onu, Wang Guangya, ha però aggiunto: ‟Dobbiamo adottare una risposta ferma, costruttiva, appropriata ma prudente ai test nucleari della Corea del nord”. Tradotto: la Cina appoggerà delle sanzioni ma non troppo dure, e in ogni caso non militari. Un portavoce del ministero degli esteri di Pechino ha precisato che ‟azioni militari contro la Corea del nord sarebbero inimmaginabili”. Il presidente Hu Jintao, citato dall'agenzia ufficiale Xinhua, ha invitato Pyongyang a non compiere gesti ‟che peggiorino la situazione”, ma ha anche chiesto agli occidentali di ‟evitare azioni che possono portare le cose fuori controllo”. Un giornale di Hong Kong intanto scrive che la Cina ha sospeso le licenze alle truppe lungo il confine nordcoreano.
Anche la Russia insiste: la risoluzione del Consiglio di sicurezza deve escludere azioni di forza. ‟Immaginate un'azione militare sul territorio nord-coreano... la Corea del nord ha confini con tre paesi, e uno è la Russia”, ha detto il ministro degli esteri Serghei Ivanov - il quale ha definito quel test ‟un colpo colossale” al regime della non-proliferazione.
All'altro estremo dello spettro, ieri il segretario di gabinetto del governo giapponese, Yasuhisa Shiozaki, ha detto che il suo governo considera ‟ogni possibilità”, e anche l'ambasciatore degli Stati uniti all'Onu, John Bolton, ha detto alla Cnn che gli Usa tengono ‟l'opzione militare sul tavolo”. Ha aggiunto però che il presidente Bush ha una ‟chiara preferenza” per una soluzione pacifica.
Di azioni militari dunque non sta parlando nessuno. Ma quali sanzioni? La bozza di risoluzione fatta circolare già lunedì da Bolton propone ispezioni internazionali sui cargo da e per la Corea del Nord per bloccare materiali relativi ad armamenti, un blocco di tutti i trasferimenti di armi di distruzione di massa (cioè bloccare l'export di armi e parti di missili, principale voce dell'export nordcoreano), e anche un bando sull'import di beni di lusso (destinati all'élite di Pyongyang). Così riferisce l'agenzia Reuter, che ha avuto copia di quella bozza. Il Giappone (che in questo momento siede nel Consiglio di sicurezza e ha la presidenza di turno) propone misure più stringenti, tra cui bandire ogni nave e aereo nordcoreano dai porti e aereoporti internazionali e imporre un bando sui viaggi di alti funzionari del governo di Pyongyang. Nel luglio scorso, dopo l'ultimo test missilistico della Corea del nord, il Giappone ha congelato le rimesse finanziarie e trasferimenti in Corea del nord di coloro che hanno sospetti legami con il programma bellico.
La Corea del sud appoggerà sanzioni ma non azioni militari. Il presidente Roh Moo-hyun ha detto che rivedrà la politica ‟del sole splendente” (sunshine) verso la Corea del Nord: lanciata dal suo predecessore Kim Dae-jung, è la politica di distensione che ha portato ai primi accenni di dialogo tra le due Coree (e ai primi investimenti sudcoreani nelle zone economiche speciali oltre il confine del nord). Ma ora lo accusano di essere troppo morbido di fronte al riarmo nucleare del vicino.
Il test nucleare di Pyongyang resta da verificare: solo la Russia per ora conferma che un'esplosione nucleare è effettivamente avvenuta; gli Usa dicono che occorre tempo per avere una certezza. Intanto l'agenzia sudcoreana Yonhap, in un dispaccio da Pechino, cita un ‟funzionario nordcoreano” (anonimo) che minaccia: siamo pronti a mettere una testata atomica su uno dei nostri missili a a lanciarlo, se gli Usa non tratteranno con Pyongyang; ‟Dipende dagli Usa risolvere la situazione prima che siamo costretti a lanciare un missile nucleare”. Dichiarazioni anonime, non ufficiali, spacconate: se vere, sarebbero il segno di un regime disperato - e pericoloso.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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