Una ventina di morti per auto-bomba è stata la dose del lunedì, in Iraq. Modica quantità, rispetto alla solita quarantina quotidiana. Di quell’indecente disastro si parla sempre meno, "i morti in Iraq" è oramai una rubrichetta di piccolo calibro che viaggia nelle pagine interne dei quotidiani e spesso neanche scalfisce le scalette dei telegiornali. E il decorso di quella strage ormai endemica assomiglia moltissimo a quello degli anni Novanta in Algeria, ottantamila morti per mano dei fondamentalisti, nel silenzio indecente di un sistema mediatico eccitabile solo nel brevissimo periodo, pigro e smemorato quando la notizia è diventata usuale, vecchia come un modello di pantaloni fuori moda.
Ma a differenza che in Algeria, dove tutto avvenne per vie interne e fratricide, in Iraq è presente mezzo mondo occidentale, con i suoi eserciti, le sue bandiere, le sue telecamere. E i morti di oggi sono (anche) il prodotto della guerra ottusa e pericolosa di Bush: cosa che suggerirebbe, rispetto al fiume di sangue iracheno, almeno quel genere di attenzione supplementare che deriva dalla responsabilità morale e politica. Macché. Gli arabi muoiono come le comparse, sullo sfondo, e il numero dei cadaveri ha ormai la stessa rilevanza mediatica della minima di Ankara. A volte: non pervenuta.

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