La Lazio è una delle due squadre della capitale del nostro Paese. Il promemoria urge, perché le cronache del cosiddetto "caso Chinaglia" hanno invece un pazzesco sapore colombiano, con la curva malavitosa che si allea con la cordata di riciclatori di denaro mafioso (queste le accuse) per conquistare il controllo della società, quotata in Borsa. Non manca niente: le schifose minacce sessuali alla moglie del presidente Lotito, la mobilitazione dei capetti di curva con le falangi di pecoroni che si alleano, il denaro losco, le logiche di cosca. In quel contesto, la speziatura fascista (che è il solo connotato comune a tutti i protagonisti) diventa solo un tratto grottesco, grottesco come le scritte a base di "onore" e "gloria" che pullulano sui muri di Roma come una molto tardiva parodia del regime. Di perfino più ridicolo c’è solo il ruolo delle radio tifose (fenomeno solo romano, provincialissimo per una delle capitali del mondo) che Chinaglia, secondo l’inchiesta, valutava utile "mobilitare" al suo fianco, manco fossero la Cnn. In mancanza (evidente) di qualsiasi spirito di legalità e correttezza, ogni tanto viene da sperare che l’Italia venga salvata dal senso del ridicolo. Ma cose come Chinagliopoli deludono anche questa speranza.

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