La corte, il salotto, i luoghi della moda e della mondanità tendono a rendere il maschio effeminato. La constatazione è tanto ovvia quanto antica. La testimonianza che citerò, traendola da un saggio di Patrick Mauriès (il tono è quello delle deplorazione... ma io non deploro, cito: avvertimento che non sarebbe necessario, se su tutte le citazioni non incombesse l’ormai famoso ‟effetto Ratisbona”, che è il nome italiano di Regensburg), risale addirittura al Medioevo. Intorno al 1125 Guglielmo di Malmesbury, descrivendo i costumi della corte, biasimò la moda delle capigliature fluenti e degli abiti stravaganti, e aggiunse: ‟Poi arrivò la moda delle calzature a punta; quindi i giovani conformarono il loro portamento a quello delle donne, incedendo con andatura studiata e adottando l’inclinazione a denudarsi. Effeminati e infiacchiti, accettavano a stento la loro natura; recavano offesa alla castità degli altri ed erano prodighi della propria. Schiere di sodomiti e torme di prostitute si muovevano al seguito della corte”. Fatalmente un fenomeno del genere sarà stato accompagnato da un fenomeno simmetrico, che l’antico cronista non registrò e che era destinato a rimanere a lungo meno evidente e conclamato: la serpeggiante maschilizzazione delle donne, sempre più attratte dal loro sesso. Fenomeno che non poteva restare latente in eterno. Era fatale che l’Arcipelago della Mondanità ufficializzasse, prima o poi, accanto all’Isola degli Ermafroditi, l’esistenza di un’Isola delle Amazzoni. Questa lenta e complicata emersione continua ancora oggi: basti pensare all’attenzione dei media, a caccia di ‟novità” che esistono da sempre, verso la brillante scheggia dell’Universo della Fama (e del suo epicentro, Hollywood) indicata come ‟generazioni Bi”: dove ‟Bi” sta per ‟bisex”. Qualcuna fa ‟outing”: per esempio, Ellen DeGeneres, Anne Heche, Jodie Foster; qualcuna lo subisce (per esempio Angelina Jolie, definita dalla sua amante Jenny Shimizu una ‟meravigliosa amante lesbica”); infine la maggioranza delle star femminili dichiara la propria disponibilità (e c’è da giurare che, se veramente sono disponibili, l’occasione prima o poi capiterà; del resto la bisessualità non compromette il fascino che una donna esercita sugli uomini, semmai lo accresce). Niente di questo è nuovo, e sorprende o scandalizza. Semmai, se dovessimo indicare il periodo in cui la bisessualità femminile emerse veramente, e diventò un polo visibile e imprescindibile del discorso mondano e culturale (anche se naturalmente il clamore mediatico non era dilatato come oggi), dovremmo tornare indietro, al periodo fra le due guerre: l’epoca di Greta Garbo, di Marlene Dietrich, di Coco Chanel, di Colette, di Gertrude Stein, di Virginia Woolf, di Frida Kahlo e, last but not least, di Tamara de Lempicka. Parigi fu una delle capitali di quel fenomeno, come di molti altri; anzi, forse, ‟la” Capitale. Basti pensare al salotto dell’americana Clifford Barney, la ‟papessa di Lesbo”, la ‟donna dal cuore pagano di guerriera” che per decenni, ogni venerdì pomeriggio, accolse al numero 20 di rue Jacob chiunque a Parigi fosse in odore di intelligenza o talento o bellezza, circondata dalle sue giovani amiche (‟angeli odorosi di Chanel numero 5”). Da lì passarono tutti: Apollinaire e William Carlos Williams, Tagore e Blaise Cendrars, Valéry (Paul) e Valéry Larbaud, Gide e Rilke, Joyce, D’Annunzio... (l’elenco potrebbe continuare, interminabile), e da lì passò anche Tamara. La frequentazione però durò poco. Ignoriamo il perché, ma mi sembra lecito immaginare che alle sue narici non dovesse riuscire gradito quel lieve sentore ‟apostolico” (o, come diceva la padrona di casa, ‟umanofilo”) che ispirava la vita di relazione, in quelle stanze. Tamara, che a causa della Rivoluzione russa era stata costretta all’esilio e aveva sperimentato anche, nel primo periodo parigino, un certo grado di penuria, non era ‟umanofila”, ma individualista. Sapeva di avere due risorse, la bellezza e il talento, e intendeva sfruttarle sino in fondo. Aveva cominciato la carriera di pittrice abbastanza tardi, dopo i 24 anni, e non certo per una vocazione tirannica, ma con la lucida e fredda intenzione di procurarsi denaro, fama, relazioni. Nonostante le infinite frequentazioni, non le si conoscono veri sodalizi intellettuali. Senza dubbio ai salotti tipo Barney preferiva quelli dei titolati e dei veri grandi ricchi, dove si citava Maurras, si commemorava l’ancien régime, si coltivavano vizi interessanti e non era difficile trovare committenti desiderosi di essere ritratti; o altrimenti frequentava un locale di travestiti, ‟La vie parisienne”, dove Suzy Solidor, una delle donne da lei più amate, insiema a Ira Perrot e alla prostituta Rafaëla, intonava con voce roca canti di marinai. Con gusto da grande cartellonista (aveva dichiarato: ‟Voglio che, fra cento quadri, il mio spicchi a una prima occhiata”), dipinse due memorabili icone dell’emancipazione femminile e del lesbismo: l’autoritratto alla guida della Bugatti (macchina che non fu mai sua: andava in giro con una Renault gialla) e il ritratto della duchessa de La Salle in abiti da cavallerizza. Più che l’arte, aveva amato la celebrità. Sarebbe felice di sapere che gli acquirenti dei suoi quadri hanno nomi come Madonna o Jack Nicholson. In questi giorni, in rue Méchain, a Parigi, è stato messo in vendita l’hotel particulier, opera dell’architetto Mallet Stevens, dove abitò e dipinse le sue tele più belle. Se fossi un miliardario, ci farei un pensiero.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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