Pur se mirabilmente descritto da Natalia Aspesi (Repubblica di ieri), escludo di andare a vedere "The departed", il nuovo capolavoro di Martin Scorsese. Ho come l’impressione, infatti, di avere ampiamente pagato il mio tributo di spettatore alle sparatorie, ai gangsters, ai fiotti di sangue, ai buchi in testa, agli occhi che strabuzzano e all’intera, interminabile epopea del cinema noir americano. Facendo un po’di calcoli, è più o meno da quando ho dieci anni di età che il sibilo delle pallottole e le urla dei moribondi, su piccolo e grande schermo, accompagnano il mio percorso quotidiano. E poiché non sono un alpino della prima guerra mondiale, direi che può bastare. Tutto sommato. è una presa di posizione? Sì, è una presa di posizione. Nemmeno nell’Iliade, che pure trattava argomenti bellicosi per definizione, l’insistenza sulla vocazione omicida dell’umanità, sulla sua truculenza, sulla sua crudeltà, era dilagante e ossessionante come nel cinema americano a noi coevo. Leggo dell’ultimo Scorsese e mi viene voglia di rivedere, per risarcimento, per autodifesa, "Colazione da Tiffany". Beninteso cantando "Moon River". Tanto perché non si dica che sono antiamericano.

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