Dice il Venezuela che ‟ha apprezzato moltissimo” la decisione dell’Italia di astenersi sul no americano all’ingresso di Hugo Chávez nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Grazie. Ma adesso come lo spieghiamo, all’irritata Condoleezza Rice e ai suoi, che la nostra astensione è dovuta alla presenza nel paese sudamericano di una fortissima comunità italiana e non alla combattiva venerazione che hanno per ‟el mago de las emociones” larghi pezzi della nostra sinistra al governo? Forse (forse) sarebbe bastato raccontare loro della statua di Cristoforo Colombo che dominava una piazza di Caracas e che, abbattuta due anni fa da fanatici chavisti mentre il presidente celebrava non l’anniversario della scoperta dell’America ma il ‟Giorno della resistenza indigena”, non è mai stata rimessa al suo posto. Assumendo, piaccia o non piaccia, il significato di una ‟rivincita” anti-europea. E sottolineare insomma, come ha cercato di spiegare Massimo D’Alema qualche giorno fa, che ‟noi non possiamo votare "contro" la candidatura di un Paese dove vive oltre un milione di italiani”. Gli europei non si intromettono in certe alleanze di Washington con regimi dispotici, Pakistan in testa, dovute agli ‟interessi americani”? Se ne facessero una ragione: esistono anche interessi, economici, culturali, politici, italiani. Forse (forse) avrebbero capito. Come capirono (è il petrolio, baby) l’entusiastico benvenuto che Silvio Berlusconi, uno che certo non apprezza gli inni alla ‟rivoluzione maoista che ha sfamato un miliardo e 200 milioni di contadini”, riservò l’anno scorso al presidente venezuelano in visita a Roma. Con cui entrò in tale confidenza che a un certo punto afferrò il cellulare e compose un numero: ‟Hugo, prendi il telefonino: è Aida Yespica! La venezuelana dell’Isola dei Famosi!” Il guaio è che da noi non c’è solo una (comprensibile) prudenza sul Paese dell’ex militare golpista poi democraticamente eletto e confermato in otto elezioni consecutive. C’è di più. C’è una claque chavista che, davanti a una scelta uguale a quella di José Luis Zapatero di schierarsi con tutta l’Europa dalla parte del Guatemala (bollato dal manifesto come un ‟vassallo” che ‟si accuccerebbe sulle ginocchia” degli americani) si sarebbe rivoltata schiumando rabbia. Sono due anni che Chávez lavora per avere quel posto. Per il quale ha girato mezzo mondo e sorriso a un bel pò di dittatori e promesso petrolio e speso un sacco di soldi. Si è ingraziato Gheddafi facendogli visita a Tripoli e ricevendone in cambio il ‟premio annuale Muhammar Gheddafi” per avere ‟resistito all’imperialismo e difeso i poveri”. Ha guadagnato le simpatie di un pò tutti i paesi arabi definendo un atto di ‟terrorismo” e di ‟follia” l’attacco israeliano a Hezbollah in Libano e smentendo senza troppa indignazione (‟sono stato frainteso”) una frase che gli era stata attribuita: ‟Il popolo che ha ucciso Gesù controlla ora l’economia mondiale”. Ha promesso una visita in Corea del Nord, poi rinviata, nel momento di massima tensione contro il regime canaglia di Pyongyang. È andato a Minsk a chiedere il voto ad Alexander Lukashenko, l’ultimo dittatore d’Europa, salutando la Bielorussia come ‟un modello di stato sociale”, esaltando Lenin ‟che vede qui realizzato il suo slogan di mettere fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” e proponendo al collega di ‟fondare insieme una squadra combattiva, una squadra di calcio, hockey o pallavolo: qualsiasi squadra”. È volato a Damasco per visitare Bashar El Assad spiegando che Venezuela e Siria sono ‟unite in una posizione ferma contro l’imperialismo”. Ha benedetto la vittoria di Hamas: ‟Noi riconosciamo la legittimità del governo palestinese. Ci auguriamo la liberazione della Palestina”. Ha accolto con enormi cartelloni di benvenuto a Caracas il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad al quale aveva reso omaggio a Teheran dove, ricevendo la Medaglia della Repubblica islamica, aveva barrito: ‟Salviamo la razza umana e facciamola finita con l’impero americano!”. Un tema che, con un clamoroso sorpasso sullo stesso Fidel Castro, che considera il suo maestro (‟mi chiama spesso ma parla sempre lui, per ore”) lo ha visto dire: ‟Il presidente George Bush andrebbe processato davanti a un tribunale internazionale per genocidio in Iraq. Gli Stati Uniti rappresentano un pericolo per tutti, soprattutto per i nostri figli. L’impero nord-americano è il più crudele, assassino e selvaggio nel mondo. Rappresenta una minaccia per la terra”. Tutte cose che, a un pezzo della nostra sinistra alternativa, piacciono. Al punto che ancora pochi giorni fa Jacopo Venier, responsabile esteri del Pdci, spiegava: ‟Non possiamo far finta di non vedere che gli Usa vogliono ottenere un Consiglio di Sicurezza più "docile" e senza la presenza scomoda del Venezuela di Chávez”. Di più: ‟L’elezione del Venezuela sarebbe una prova importante che l’Onu è la casa di tutti e non solo degli amici degli Usa. Sarebbe un contributo al dialogo ed alla pace se l’Italia appoggiasse questa candidatura”. Di più ancora: ‟Nessuna obiezione può essere posta sul piano del rispetto della democrazia al presidente Chávez”. Una posizione condivisa da molti. Senza puzze sotto il naso per quel populismo che il caudillo caraibico distribuisce a piene mani nelle fluviali dirette televisive col coro di ‟patriotas” che intona ‟Así, así, así es que se gobierna!”. Fausto Bertinotti, che ebbe con lui il primo incontro internazionale da presidente della Camera, ha voluto scrivere personalmente la generosa prefazione al libro di Liberazione dedicato alla ‟Rivoluzione bolivariana”. Gianni Vattimo ha sostenuto che ‟se la scelta è tra la democrazia imperfetta europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali, e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro”, lui sceglie quest’ultima. Luciana Castellina l’ha definito ‟un indio simpatico e popolarissimo, idolo dell’America latina ribelle”. Fulvio Grimaldi, già inviato della Rai e poi di Liberazione, l’ha salutato come l’‟unica alternativa concreta” all’imperialismo e ai suoi ‟sicofanti fascisti”. L’Ernesto, la rivista dei rifondaroli trotzkisti, ha benedetto la ‟Cartamagna” che oggi gli consente di dominare la politica venezuelana, come l’unica costituzione che ‟dichiara guerra alla corruzione”. Insomma, magari frequenterà brutte amicizie, però che hombre, l’amigo Hugo!
Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella

Gian Antonio Stella è inviato ed editorialista del “Corriere della Sera”. Tra i suoi libri Schei, L’Orda, Negri, froci, giudei & co. e i romanzi Il Maestro magro, La bambina, il pugile e il canguro, I misteri di via dell’Amorino. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto, per Rizzoli, La Casta, La Deriva, Vandali e Licenziare i  padreterni. Con Feltrinelli ha pubblicato Tribù s.p.a. Foto di gruppo con Cavaliere bis (2005), Bolli, sempre bolli, fortissamente bolli (2014) e Se muore il Sud (con Sergio Rizzo, 2013; Premio Benedetto Croce 2014).

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