C'è qualcosa di esemplare (in negativo) nella storia della diga di Bakun. Si trova sul fiume Balui, in una zona remota e interna del Borneo (il Sarawak, come il vicino stato di Sabah, occupa la parte malaysiana dell'immensa isola). Il progetto risale agli anni '80: una grande diga e una centrale idroelettrica per produrre elettricità e trasferirla alla Malaysia penunculare attraverso gigantesche linee di trasmissione sottomarine. È stato cancellato una prima volta nei primi anni '90 per via dei costi troppo alti e dell'opposizione delle popolazioni locali e di un forte movimento ambientalista; rilanciato dall'allora premier Mahatir bin Mohammad in una versione ridimensionata, è stato archiviato per la seconda volta nel 1997, «vittima» della crisi asiatica. Il progetto è resuscitato di nuovo nel 2001, e questa volta secondo il piano originale: 220 metri d'altezza, una delle più grandi in Asia, e una centrale elettrica da 2.400 MegaWatt. Del resto, già negli anni precedenti le ditte appaltanti avevano cominciato ad «aprire» il terreno per la futura diga, che significa aprire strade di accesso, tagliare ampi tratti di foresta vergine tropicale e trasferire gli abitanti della zona destinata a essere sommersa dall'invaso artificiale - un lago gigantesco, un'area pari a quella di Singapore.
Per fare posto al cantiere e al futuro invaso sono state evacuate circa 11mila persone, appartenenti alle popolazioni native Kenyah, Kayan e Penan. Sono state risistemate in una colonia, «resettlement camp», chiamata Sungai Asap, a una trentina di chilometri dal muro della diga. Ma non è una gran vita: prima vivevano di agricoltura di sussistenza, cioè coltivavano e raccoglievano quello che gli serviva; ora vivacchiano vendendo ortaggi al mercato, o con lavoretti di manovali. Devono comprare tutto ciò che serve. Ogni famiglia ha ricevuto 1,2 ettari di terreno, ma è troppo poco e soprattutto poco adatto alla coltivazione del riso. Insomma: hanno cambiato una vita autonoma per una che dipende dai risarcimenti (per la gran parte già spesi) e dalle alterne fortune del mercato. Oltretutto, le case del nuovo villaggio costruito per loro stanno già cedendo e per la gran arte sono senza elettricità, perché le famiglie non hanno i soldi per pagarla. Di recente la Commissione malaysiana per i diritti umani ha compiuto una visita a Sungai Asap: nella sua relazione parla di alloggi scadenti, strade e fognature inadeguate, ritardi e conflitti circa i risarcimenti, insufficenti servizi sanitari e mancanza di accesso alle circostanti aree di foresta. Nessuna sorpresa che molte famiglie abbiano abbandonato il villaggio di ripopolamento per tornare dove abitavano prima, sopra alla diga: così facendo però hanno perso anche il teorico diritto a risarcimenti. Questo però non è l'unico argomento di chi critica la diga di Bakun. Le turbine della nuova diga entreranno in funzione nel 2009, secondo le previsioni attuali, ma il problema è che non si sa bene cosa fare di quell'energia. L'idea iniziale era che un terzo fosse consumato nel Sarawak (per stimolare lo «sviluppo» di questa provincia arretrata) e il resto fosse trasferito nella più industrializzata Malaysia peninsulare. Ora si discute se costruire una fonderia di alluminio presso la diga - cosa estremamente inquinante - o se incanalare l'energia via cavi sottomarini posati sul fondale del mar Cinese meridionale fino alla terraferma: cosa estremamente costosa (forse è per questo che non si fano avanti compratori per quell'energia?) e anche tecnicamente difficile.
Nonostante tutto questo, i governanti dello stato di Sarawak progettano di una seconda diga idroelettrica da mille megawatt a Murum, nell'alto bacino di Rejang e parlano anche di una terza diga sul fiume Rejang da 20mila MW. Ma tutto questo senza rispondere né dei danni prodotti dalla diga di Bakun, né spiegare a cosa servirebbe tanta capacità idroelettrica: il Sarawak consuma oggi 750 megawatt all'anno, che produce con una vecchia diga e un po' di centrali a gas naturale, diesel e carbone; sia il Sarawak che lo stato di Sabah hanno ampi margini con l'energia che già producono.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>