‟All’ospedale c’era un ragazzo che suonava l’armonica. Una bomba gli aveva amputato le gambe e un braccio, ma lui suonava lo stesso nel suo lettino, con la mano rimasta. Fuori sparavano, e lui teneva su il morale. Budapest '56 era questo: coraggio e disperazione. Avevo 17 anni, mi ero offerto come barelliere, ma in corsia era peggio che per strada contro i panzer. Lì finiva l’eroismo e cominciava il dolore. Entravi in una bolgia di mutilati, urla, puzza di disinfettante, vomito e sangue. Era l’inferno, il luogo dove la rivoluzione presentava il conto”. Jozsef Barna, classe 1939, specialista in tecnologia bio-alimentare, è in Austria dal gennaio ‘57, profugo della libertà. Se non fosse scappato, il Grande Freddo gli avrebbe rubato la gioventù. Appartiene alla fantastica generazione del '56, gente pronta a tutto, che ha mostrato al mondo i piedi d’argilla del regime. Senza uomini come lui forse il comunismo sarebbe durato più a lungo. Oggi i ragazzi del '56 hanno gli stessi occhi affamati di vita di allora: come quelli del '44 a Varsavia, indomiti e soli contro Hitler e Stalin. Ti raccontano un film in bianco e nero, con la colonna sonora consumata dai fruscii. Ma quel vecchio film ha solo cinquant’anni. Come è cominciata, signor Barna? Sorride: ‟è cominciata con Cicikov”. Cioè? ‟Cicikov era il nomignolo dei russi, come dire Fritz per i tedeschi. A scuola ci sfinivano col fatto che i russi erano i primi in tutto, fisica, matematica, geografia, e così, quando un giorno il professore ci chiese chi aveva scoperto la legge di gravità, noi si disse Cicikov, tutti insieme, a voce alta. Si era rotta una diga. Il professore fu arrestato, ma la doppia "ci" cominciò a circolare. "Ci ci ci" nei tram, nei corridoi, nelle strade. "Ci ci ci", era il passaparola, il tam-tam. La gente non aveva più paura, "ci ci ci", sembrava che il regime potesse crollare a risate. Il 23 ottobre la rivoluzione arrivò così”. ‟La polizia sparò, vidi i morti per strada, negli androni, nei portoni. La gente si radunava, il generale Maleter aveva schierato l’esercito con noi. Capii che era un momento storico. Potevamo uscire dall’incubo, dalle delazioni, dagli spioni, dai processi sommari. Corsi a casa, gridai: "Papà, il tempo è venuto, devo combattere anch’io!". Sapevo esattamente cosa fare, a scuola avevamo avuto tutti un’educazione paramilitare. Lui mi guardò e mi diede una sberla, l’unica della sua vita. Era un uomo distrutto, gli avevano tolto il lavoro, l’assistenza medica, tutto. Viveva solo grazie a mia madre, medico radioterapista. Ma disse: "Non servono altri morti, vai a servire la patria in ospedale"‟. Non sapeva, il papà, che in corsia sarebbe stato ancora peggio. Jozsef obbedisce. Lo prendono in chirurgia d’urgenza ad asciugare sangue, chiudere ferite, lavare i morti, stivarli in cantina. ‟Se qualcuno era senza speranza mi dicevano: "Stagli vicino finché muore". Mi ricordo, uno s’era addormentato sulla canna del fucile e un colpo gli aveva trapassato il cranio. Vidi cose che credevo impossibili, vivevo in un lazzaretto del Settecento al tempo della peste. Mio fratello Peter era con me, ma crollò dopo un giorno solo. In astanteria arrivava di tutto, rivoltosi, civili, soldati russi, e i medici non facevano differenze, dicevano che lì dentro tutti erano uguali”. ‟Studenti della facoltà di medicina di Vienna vennero per darci una mano, portarono medicine, perché ormai operavamo senza anestetico, amputavamo ubriacando i pazienti con alcol e zucchero. Vivevamo quel grandioso momento senza poter combattere, degli eventi ci arrivava un’eco lontana dai racconti spezzati dei feriti, brandelli di radiogiornale, tuoni di cannonate verso il Danubio. Seguimmo così la rivolta d’Ungheria, al chiuso, e fu tremendo. I roghi, le esecuzioni, le statue abbattute, gli assalti con le molotov, l’onda di speranza, l’illusione della vittoria, il tradimento di Kadar”. Il 3 novembre arriva la notizia della vittoria, improvvisamente smettono di affluire feriti, ma in ospedale nessuno fa festa, c’è solo una montagna di insonnia da smaltire. Qualche vecchio avverte: "Attenti, non è finita". E difatti la festa dura un giorno solo, la città si riempie di panzer, la speranza muore. I medici che hanno trattato tutti allo stesso modo, russi e ungheresi, comunisti e anticomunisti, sono arrestati. ‟I funzionari di partito non volevano essere eguali agli altri. Volevano trattamenti privilegiati, e denunciarono i dottori. Così i russi li portarono via. Un’infermiera mi urlò: "Vai via, o porteranno via anche te". Ma io rimasi”. ‟Continuai a lavorare in ospedale fino a Natale, ma nulla aveva più senso. Solo allora papà mi disse: "Adesso puoi andare". Mi accordai con due ragazzi e una ragazza, lei aveva appena 14 anni. L’Austria era dietro l’angolo. Prendemmo il treno per una località vicina, Erdliget, per non insospettire la polizia, ma andammo oltre. La stazione di Celdomolk era piena di soldati, più andavi verso Ovest e più ce n’erano. Ogni sospetto veniva controllato, ma noi recitavamo da attori consumati, portavamo le sporte dei contadini sul treno, e i contadini stavano al gioco, ridevano con noi come vecchi amici. La polizia non si insospettì”. Le colline verso Koezseg, il villaggio di Olmod, neve bagnata, ghiaccio. Oltre c’è Klostermarienberg. I russi hanno i cani, ma i cani non fiutano nulla, il vento soffia dall’Austria. ‟Puntammo su un ruscello incassato, stando bassi potevamo passare. Calcolammo il tempo del passaggio delle pattuglie, c’era una finestra di due minuti dove infilarsi. Vivevamo in un film, non c’era quasi paura. Corri Barna, mi dissi quando venne il momento, corri più che puoi. Rivedo tutto: il ghiaccio che si rompe, ci fa sprofondare, il cartello "Achtung, a 500 metri confine di Stato, traversare solo con documenti", e noi che urliamo siiii, i documenti li abbiamooo, e via come lepri, ormai non ci fermava nessuno, è incredibile quanta energia può esserci in un uomo in fuga”. Barna si accende una sigaretta, apre un pacchetto, mostra un paio di scarpe nere col salvapunte in ferro. ‟Ecco, ero con queste, da allora le lucido ogni Natale. Mi hanno dato la libertà. Conservo tutto, anche il biglietto del treno, eccolo qua, ha il timbro con la data”. Il film continua. ‟Sotto la neve c’erano fili di ferro, messi di traverso per farci cadere, inciampai, caddi a pancia in giù, col naso su una grossa ghianda. Mi venne quasi da ridere, la misi in tasca, sentivo che sarebbe stata il mio portafortuna. Eccola qui”, dice mostrandola, ‟da allora non l’ho lasciata mai. Che vuoi, amico, la vita è un teatro. C’è l’entrata in scena e c’è l’uscita di scena. C’è chi è buon attore e chi no. E a volte il destino è questione di minuti”. La corsa continua fino a un bosco, i quattro sentono colpi d’accetta di un taglialegna, vedono un omone alto, gli chiedono dove comincia l’Austria. Lui risponde in ungherese, i ragazzi si sentono perduti, e invece no, sono salvi, lui sa la lingua perché il Burgenland è stato Ungheria fino a quarant’anni prima, ai tempi di Cecco Beppe. ‟I contadini ci aiutarono, ci diedero da mangiare, ci misero a dormire nei fienili. Sbucavano fuggiaschi dappertutto. In due mesi se n’erano andati in duecentomila, era una classe dirigente che spariva dal Paese”. ‟Quelli che rimasero non ebbero gioventù. Li rividi, alcuni di loro, anni dopo. Erano diventati un nuovo tipo umano: grigio, spaventato, obbediente, acritico, eterodiretto, incapace di azione autonoma, insuperabile solo nel mascherare le emozioni e nel parlare in modo obliquo. Oggi molti di essi brontolano che si stava meglio prima~ Tanti ungheresi lo fanno, da bravi mitteleuropei. Sa, in tutti noi c’è un po’di Kafka, siamo specialisti nel guardare con speranza al passato”. ‟Ci iscrivemmo al liceo, imparammo il tedesco, le nostre classi fecero fortuna, alcuni rimasero in Austria, altri andarono in Australia, Canada, Belgio. Uno fece in tempo a entrare nell’armata americana e morire in Vietnam. Mi sposai con Getraude, un’austriaca di Vienna, e solo attraverso di lei potei tenere i contatti con i miei; lei aveva passaporto occidentale, poteva passare. Io no, ero rimasto sulla lista nera”. ‟Quando finalmente tornai, nel '67, avevo più paura che nel '57. Ero cittadino austriaco, ma la polizia segreta aveva la memoria lunga, poteva farmi sparire come niente. Aveva fatto sparire migliaia di ungheresi. So di una donna che scappò in Australia con una delle bandiere della rivolta e la lista, importantissima, dei combattenti in piazza Korvin, la più tremenda. Ebbene, la seguirono fino agli antipodi, le misero dietro spie. Persino l’uomo che la sposò e le diede dei figli si rivelò una spia. Fu mostruoso. La perseguitarono fino agli anni Ottanta, le spararono, rimase invalida, ma non svelò nulla. Aspettò la fine del regime, poi donò tutto al Museo della rivoluzione. Difficile capire cosa fu davvero il comunismo, se non ci sei stato dentro”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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