A proposito dei tanti equivoci attorno al concetto di "popolare", segnalo la bella intervista di Benedetto Ferrara a Valentino Rossi (Repubblica di ieri). Una dei personaggi più brillantemente "pop" della scena italiana e non solo, "ragazzo di oggi" in tutto e per tutto, dichiara, nell’ordine: di odiare il gossip, di provare tristezza quando si imbatte un reality-show, di guardare in tivù solo sport, qualche film e i Simpson. Non so se a Vale faccia piacere (a me moltissimo), ma l’assonanza con i miei gusti e i miei costumi televisivi, con l’aggiunta da parte mia di parecchi telegiornali per dovere più che per piacere, è totale. E poiché io apparterrei, almeno in teoria, alla nicchia degli intellettuali stagionati con la puzza sotto il naso, l’assonanza fa riflettere. La spiegazione è che l’etichetta del "popolare" è una comoda menzogna per produrre su larghissima scala (a basso costo e quasi azzerando la fatica creativa) prodotti dozzinali. Così come avviene per il cattivo cibo, la cattiva cultura di massa accampa il pretesto di incontrare "i gusti del pubblico". In realtà, lo corrompe e lo livella. Né regge il pretesto (classista!) secondo il quale sono solo i più acculturati e gli snob a giudicare pessimo ciò che lo è. Valentino non ha tre lauree e non legge Musil. Gli bastano e gli avanzano, per capire l’andazzo, due occhi e due orecchie.

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