Belle e struggenti le rievocazioni della grande alluvione di Firenze, le immagini degli "angeli del fango" accorsi da tutta Italia in soccorso di uomini e pitture, case e libri, storia e vita quotidiana. Colpisce in particolare la faticosa eppure necessaria armonia di intenti che quell’emergenza impose. Il trascurare le beghe e le divisioni, che pure erano all’epoca radicate tanto quanto adesso, in favore del classico rimboccarsi le maniche, e spalare il fango.
Ne esce però rafforzata la diceria, tutto sommato non beneaugurante, di un popolo che per ritrovare energia e dignità ha bisogno di catastrofi straordinarie: guerre e macerie, inondazioni e funerali, terremoti, penuria e freddo, atterramenti così radicali da richiedere, per rialzarsi, intelligenza e sentimento estremi. Un popolo da emergenze, da piaghe bibliche, da lutto nazionale, altrimenti sciatto e indifferente. Bisognerebbe dunque, per evitare l’indesiderabile necessità di stragi e distruzioni, fare in maniera che anche la deriva lenta e quotidiana, implacabile e impalpabile, che sta mangiandosi Italia e italiani, fosse finalmente percepita, appunto, per quello che è: una catastrofe. Non concentrata in poche ore o pochi giorni, ma spalmata su un paio di generazioni almeno. Una sirena d’allarme che suoni, ci vorrebbe. Adesso, subito.

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