Questa settimana i due uomini politici che si contendono la poltrona di Tony Blair hanno detto cose come al solito differenti, usando però la stessa lettera. Gordon Brown, erede designato di Blair nel Labour, ha parlato della "X Factor Britain", ovvero la Gran Bretagna del "fattore X" che per l’attuale ministro delle Finanze rappresenta il talento, l’inventiva, il "qualcosa in più" del suo Paese. David Cameron, leader dei conservatori, ha coniato invece l’idea di una "X-List", e cioé una lista degli edifici da demolire, anziché da salvare, perché secondo lui calpestano i valori estetici del Regno Unito.
Due X in pochi giorni, al vertice della politica britannica: sarà una coincidenza, ma il quotidiano Independent l’ha presa come una prova del fascino discreto di questa buffa letterina, annidata a braccia conserte in fondo all’alfabeto (inglese perlomeno, in quello italiano non c’è nemmeno), e le ha dedicato un inserto speciale sul numero ieri in edicola.
Basta guardarsi intorno, in effetti, per accorgersi che è dappertutto: dai messaggini telefonici, dove tre minuscole "xxx" significa onomotopeicamente "kisses", cioè "baci"; alle maiuscole "XXX" che caratterizzano i siti pornografici (da "X-rated, classificato con una X, lettera che per la censura cinematografica segnalava i film vietati ai minorenni); da X-box, la futuristica piattaforma creata dalla Microsfot per fare concorrenza alla Playstation della Sony nel mondo dei videogiochi; alla X vergata a matita che gli elettori americani hanno tracciato ieri su milioni di schede per rinnovare il Congresso (almeno dove non si votava con le diaboliche macchinette che nelle presidenziali del 2000 in Florida costrinsero a ricontare tutti i voti).
In realtà non è neppure necessario attualizzarla, la x è sempre stata con noi: che si tratti del numerale romano per indicare il 10, del simbolo di una quantità sconosciuta da stabilire in algebra, dei raggi X delle radiografie, del cromosoma X che identifica il sesso maschile negli esseri umani, della X che su una mappa indica il tesoro dei pirati, di quella con cui gli analfabeti firmano i documenti, per tacere dell’X sinonimo di pareggio nella schedina del Totocalcio, delizia e tormento di generazioni di italiani.
E ancora: l’indimenticabile Jaguar-X, oppure Malcolm X (l’attivista nero americano che cambiò nome per protesta contro lo schiavismo), gli X-Men a fumetti della Marvel, il serial tivù fantascientifico X-Files.
Samuel Johnson, curatore nel 1755 del primo dizionario, la disdegnava in quanto "nessuna parola della lingua inglese comincia con essa". Oltre due secoli dopo, qualche parola che comincia così c’è, anche in italiano, ma non sono molte e sono ancor meno utilizzate: termini come xantalina, xenobiosi, xiloteca (però ci sono anche le più note xerocopia e xenofobia).
Eppure questa letterina impronunciabile come uno scioglilingua, osservava ieri il filologo Jonathan Green sulle pagine dell’Independent, esercita da millenni un’attrazione particolare: come un frutto esotico, misterioso e proibito, capace di insaporire l’abc della nostra altrimenti ordinaria vita quotidiana.
Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent'anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

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