George W. Bush ha perso le elezioni. Il suo ministro della Difesa si è dimesso. Accade - ti dicono - nelle cosiddette elezioni di mezzo termine, quando si rinnova tutta la camera dei rappresentanti (deputati), un terzo del Senato e un certo numero di governatori. Infatti è già accaduto. Ma non nelle proporzioni, non con le conseguenze con cui questa volta gli americani hanno votato. Questa volta, nonostante la potente macchina elettorale di George Bush, nonostante l’immensa spesa, la valanga di spot, il tentativo di far pesare all’ultimo istante la condanna a morte di Saddam Hussein, George W. Bush, il più anomalo presidente che gli Stati Uniti abbiano mai conosciuto, è stato personalmente sconfitto. Questo è un voto che nega la sua politica e i pilastri su cui quella politica era fondata: l’uso senza limiti della potenza, il diritto alla guerra preventiva, la cancellazione di qualunque garanzia politica giuridica e umana dentro e fuori degli Usa e in qualunque Paese del mondo, l’unilateralismo senza alleanze che accetti solo ‟volenterosi” subordinati e obbedienti al seguito.
È molto importante confrontare la portata del successo elettorale dei democratici con i princìpi su cui è fondata la grande anomalia di George W. Bush.
Bush è stato il primo presidente ideologico della storia americana. Ha imposto, con la forza di una compattezza nazionale dovuta a una grave situazione di emergenza, princìpi due volte estranei all’America: perché rinnegano le ‟Carte federaliste” su cui è fondata la Repubblica americana (per esempio, spostando nelle mani dell’esecutivo poteri che sono propri esclusivamente del legislativo e del giudiziario) e perché negano l’habeas corpus, architrave del più democratico edificio politico del mondo.
Ma anche perché introducono nel Paese e nella cultura più pragmatica del mondo - la cui forza è di capire e cambiare attraverso il sacro principio di ‟prova ed errore” - l’oggetto estraneo di un corpo ideologico impenetrabile e chiuso ad ogni discussione, barricato dietro l’arbitraria definizione di patriottismo per chi si arruola, di tradimento per chi si oppone.
L’avventura che l’America ha vissuto sotto la strana presidenza di George W. Bush è unica ed estranea alla vita e alla tradizione americana. Unico perciò, e dunque non confrontabile con eventi simili già accaduti, è il voto che gli ha negato fiducia.
È vero che la modalità del ‟voto di mezzo termine” si esprime esclusivamente fuori dal territorio della Casa Bianca, e nello spazio riservato alle elezioni dei senatori, deputati, governatori, dunque nell’ambito della politica locale. Ma è anche vero che componendo i mille punti in cui si è espresso, luogo per luogo, nell’America delle grandi città e in quella delle grandi praterie, il verdetto popolare, si ha una risposta netta che dice molto più di un sì agli eletti democratici (larga maggioranza alla Camera, vittoria al Senato, maggioranza dei governatori). Dice un no secco all’attuale presidente degli Stati Uniti.
È un no che non riguarda la contrapposizione repubblicani-democratici o destra-sinistra. È un no all’estremismo solitario e immensamente pericoloso di un presidente che - come accade nelle brutte avventure politiche - si è presentato, insieme con la sua corte screditata e sospetta persino dal punto di vista degli affari condotti in guerra, come l’incarnazione della patria e ha dunque tentato di gettare la patria sul percorso dei suoi avversari. Il tentativo di Bush è la classica mossa avventurista delle destre della storia: prendere la decisione politica di mandare i soldati in guerra, e poi accusare chi si oppone alla guerra di abbandonare e disonorare i soldati.
Questo Bush è stato raggiunto da una valanga di no che intendono soprattutto scardinare la sua pretesa di dominio politico fondato sul patriottismo. Se c’è un Paese in cui il legame di identificazione è molto forte - forse il più forte del mondo - sono gli Stati Uniti. Gli americani dicono ‟noi” anche (e soprattutto) quando criticano il loro governo. L’accusa costante di disfattismo, l’insinuazione di tradimento, sono particolarmente odiose in America, proprio perché il Paese non è ideologico, i fatti sono veri o sono falsi e non c’è altro modo di ambientare le accuse che non sia la realtà. La realtà della vita americana si è ribellata e ha spinto indietro con un colpo rude la ‟fiction” ideologica di George W. Bush, il suo cupo Truman Show in cui sono già morti (senza che se ne capisca il senso) tremila soldati americani, e ogni giorno continuano a morire. E dove sta diventando impossibile non tener conto ogni giorno delle cataste di morti iracheni, vittime di una guerra civile che nessuno sa come fermare.
Ora che Donald Rumsfeld, un ministro della Difesa che ha una brutta immagine sia con i pacifisti che con i soldati, uomo di immenso insuccesso e di grande ed esibito cinismo, ha dato le dimissioni (permettendo a Hillary Clinton, che lo aveva chiesto da tempo, di piazzare un suo personale successo politico), diventa più chiaro che queste elezioni sono un referendum anti-Bush. Perde la Camera, i governatori, il Senato. Soprattutto perde la faccia di incarnazione della patria. Ha detto Edward Kennedy: ‟Ha perso George Bush perché non perda l’America”. Restano molti problemi, però meno uno. Esce di scena la politica di Bush. Entra un’America responsabile che si pone con drammatica serietà (e insieme agli alleati del mondo) la domanda cruciale: ‟Come ne usciamo?”
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>