Sono convinto: i nostri Servizi segreti operano - in generale - nel pieno rispetto della legge e della legalità democratica. Ma proprio per questo occorre fare chiarezza ogni volta che risultino dubbi per specifici casi. Configura uno di questi casi - a mio avviso - il sequestro in una sede ‟distaccata” del Sismi di Roma di un dossier che prevede di ‟disarticolare”, ‟neutralizzare”, ‟ridimensionare” alcuni magistrati.
Confido che il Copaco, investito della vicenda dalla Procura di Milano, e il Csm - che ha aperto una ‟pratica” a tutela dei magistrati interessati - sapranno provvedere all’esigenza di chiarezza. In questo caso diminuirà l’inquietudine di molti, che va ben oltre il fatto di poter essere ricompresi nel dossier. È un’inquietudine che nasce - prima di tutto - dalla sensazione che lo stato di salute della nostra democrazia potrebbe non essere dei migliori. E poi dalla sgradevole constatazione che di ‟neutralizzazione” si parlava già nel famigerato ‟piano Solo”.
Saranno certamente - lo spero - solo analogie lessicali, ma spero anche che si compiano tutti gli accertamenti dovuti, senza sottovalutare nulla, liquidando il caso (come si tentò di fare quando nel 1967 fu denunziato il ‟tintinnar di sciabole”) come fantasia o roba da poco.
I fatti, stando alle cronache, sembrano chiari. Nel 2001, qualcuno si prese la briga di catalogare un gruppo di magistrati marchiandoli come pericolosi. Pericolosi perché? Non perché scoperti con le mani nel sacco - o anche solo sospettati - di un qualche nefando attentato alla Costituzione o di altro inconfessabile disegno (tipo favoreggiamento di terroristi o mafiosi, ‟intelligenza” con stati canaglia, traffico di schiavi, armi o droga...). Pericolosi sol perché arbitrariamente etichettati come ‟nemici” della nuova maggioranza politica. In Italia, dunque, si può finire in un dossier custodito dai Servizi (un dossier in cui si prevedono - lo ripeto - ‟disarticolazioni, neutralizzazioni e ridimensionamenti”) senza che nulla lo legittimi. Anzi, per il solo fatto che a qualcuno sembra bello (se può venire utile ai nuovi ‟padroni” della plancia di governo) prendersela con chi ha il torto di essere indipendente nell'assolvimento dei suoi doveri istituzionali; e prendersela fino a mettere da parte le buone maniere: un eufemismo, chiaro essendo che la ‟neutralizzazione” non ha nulla a che fare col galateo. Ma se in democrazia c'è spazio - anche solo nella percezione soggettiva - per ‟servizi” e ‟padroni”, la democrazia traballa. E poi, i Servizi dovrebbero rifuggire da tutto ciò che non riguarda la cura di interessi generali, ma piuttosto le aspettative di una cordata o fazione, non importa (superfluo anche solo dirlo) se questa o quella.
Non cambia nulla (potrebbe anzi essere una sorta di... aggravante) l'ovvia constatazione che gli autori e custodi del dossier appaiono sensibili alla ‟vulgata” che ambienti del centro-destra, in tema di giustizia, hanno strumentalmente diffuso per anni e anni, a colpi di insulti e calunnie contro i magistrati che hanno avuto la ventura di doversi occupare di processi ‟caldi”. Ricordo che il catalogo delle aggressioni comprende, tra le altre, queste eleganti voci: assassini, brigatisti, farabutti, sadici, torturatori, menti distorte, falsificatori di carte, frodatori processuali, cupola mafiosa, cancro da estirpare, maramaldi... Ma la calunnia che più deve aver colpito i responsabili del dossier è stata ‟magistrati venduti ad una fazione politica” (alias magistrati ‟politicizzati”), perché proprio su di essa è costruito il dossier, col suo corollario di disarticolazioni e altre soavi forme di dissuasione. Concetti come l'indipendenza della magistratura pietra angolare dello stato di diritto; come l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; come l'obbligatorietà dell’azione penale (ricorrendone tutti i presupposti) anche verso chi gli affari suoi pretende di sottrarli ad ogni efficace controllo: ecco, tutti questi concetti, a chi accetta la ‟filosofia” dei dossier e delle ‟disarticolazioni”, devono sembrare optional fastidiosi. Meglio appiattirsi sulla ‟vulgata” di chi ha appena conquistato il potere. E se il prezzo da pagare è mettere in mezzo (disarticolare...) onesti funzionari dello Stato, va bene lo stesso. Solo che compito dei Servizi non è, non può essere, quello di raccogliere o assecondare - in tema di giurisdizione - tesi strampalate, fossero pure in sintonia con la maggioranza politica contingente (ieri di centro-destra, oggi di centrosinistra, non fa ovviamente nessuna differenza, trattandosi di questioni di principio delle quali tutti dovrebbero farsi carico, a prescindere dal loro orientamento politico-culturale).
La storia è nota a tutti, perché narrata da Piero Calamandrei in una delle sue pagine più spesso citate. Ma si adatta bene al caso del dossier, ed è per questo che vi attingo ancora una volta. È la storia di Aurelio Sansoni, un magistrato fiorentino che ai tempi del fascismo veniva chiamato ‟pretore rosso”. Calamandrei scrive che ‟non era in realtà né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi... Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano ‟rosso” (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria)”. Ai tempi del fascismo l'ostilità del potere si esprimeva con le squadracce e con la violenza fisica fin dentro le aule di giustizia. Normale per un regime dittatoriale. Con la democrazia le cose sono cambiate e nessuno usa più il manganello o l'olio di ricino. Ma neppure dovrebbe esistere dossier per ‟disarticolare” magistrati indipendenti e giusti (per questo, nell'immutabile costume degli intolleranti, accusati falsamente di servire una fazione). Qualcuno, spero il Copaco o il Csm, dovrebbe - istituzionalmente - provare a spiegarlo, con pazienza, a chi i dossier li commissiona o li fabbrica o li custodisce.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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